Graham Coxon
Castle Park
(Transgressive Records)
19 giugno 2026
genere: power-pop, beat ’60s, mod, jangly-rock, jangle-pop, folk, brit-pop, rhythm’n’blues
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Recensione a cura di Andrea Musumeci

Registrato nel 2011 insieme al produttore Ben Hillier e rimasto nel cassetto per quindici lunghi anni, finalmente vede la luce Castle Park, il nuovo album di Graham Coxon, probabilmente una delle migliori uscite del suo repertorio solista.
Con questo titolo, il chitarrista dei Blur omaggia le proprie radici, restando fedele alla memoria di quel periodo, alla sua identità sonora ed emotiva e allo sguardo ingenuo di allora. Così, Graham rievoca il Castle Park della sua città natale, Colchester: il parco pubblico dove trascorreva i pomeriggi dell’adolescenza, tra le prime disavventure sentimentali, cancelli scavalcati a tarda notte e lunghe chiacchierate con gli amici.
Sul piano visivo e testuale, come raffigurato nell’artwork di copertina, il disco mostra quattro cartoline colorate di monumenti storici di Colchester, ognuna delle quali rappresenta una parte integrante delle sue esperienze personali. Racconti di realismo urbano, quotidianità di provincia, piccoli drammi, bugie, fragilità relazionali, sguardi ironici sulla realtà sociale circostante e la magia di certi legami.
Il richiamo del passato viene spesso percepito come una presenza invadente dalla quale, comunque, non si esce indenni. Una sorta di nostalgia canaglia che Graham Coxon – con quell’aria scanzonata e stralunata, diventata un suo tratto riconoscibile – restituisce sotto forma di retrospettiva sentimentale, guardando ai luoghi della sua giovinezza non per crogiolarsi nei ricordi, bensì per ritrovare quell’energia, quello spirito.
Il suo marchio stilistico, racchiuso in una vibrante e vellutata combinazione di voce svogliata e timbri contagiosi dal gusto rétro, continua così ad accompagnarci lungo un viaggio ricco di suggestioni. In questi giorni di caldo insopportabile, quando le temperature scoraggiano qualsiasi iniziativa, c’è bisogno di musiche capaci di offrire un po’ di refrigerio all’anima. Ed è proprio in occasioni come queste che le canzoni di Graham Coxon diventano un rifugio dalla violenza della stagione estiva, come cantavano i Duran Duran.
Questa sensibilità innocente e romantica si riflette, pertanto, nell’architettura dei dieci brani della release, che attingono direttamente alla tradizione britannica degli anni ’60 e ’70, dai Beatles ai The Jam, passando per The Who, i Kinks e gli Small Faces.
A differenza di progetti paralleli come il duo The Waeve, insieme alla partner Rose Elinor Dougall e caratterizzato da spigolose e psicotiche sonorità post-punk, e della colonna sonora della serie TV The End Of The F***ing World, le canzoni di Castle Park trasmettono un’atmosfera più solare, melodica, pulita e immediata, sostenuta da una scrittura dal marcato taglio radiofonico.
Il disco alterna slancio chitarristico, melodie calde ed effervescenti, armonie stropicciate e ritornelli orecchiabili che si appiccicano addosso, momenti più intimi e un equilibrio tra spensieratezza estiva e malinconia tipicamente british, attraverso una formula dal piacevole odore di naftalina e fortemente ancorata alla cultura mod, al power pop più luminoso e a venature beat di matrice inglese.
Influenze che Coxon maneggia con sicurezza ed eleganza, senza mai eccedere nel manierismo. Infatti, il risultato non appare mai stucchevole né anacronistico, ma sembra piuttosto riallacciarsi alla linea intrapresa con Happiness in Magazines e Love Travels at Illegal Speeds, pubblicazioni risalenti ormai a oltre vent’anni fa.
Si va dalle trascinanti melodie beat-mod di Billy Says – traccia ispirata al personaggio letterario e cinematografico di Billy il bugiardo – alla prospettiva ottimista del power pop fischiettato e impreziosito dalle maracas di Alright, passando per le distorsioni combat-folk garage di When You Find Out, cover dei The Nerves, e per il valzer dalle orchestrazioni barocche di Mélodie Pour Christine.
Non mancano l’amarezza psichedelica dalle tinte noir di Isn’t It Funny, il groove di riverberi surf in stile jangly rock di There’s A Little House, i ritmi incalzanti e la chitarra flamenca di Dripping Soul (che rimandano a una Don’t Let Me Be Misunderstood in chiave rhythm’n’blues), il calore acustico della ballata folk bucolica Easy, incentrata sulla rassicurante bellezza della routine domestica condivisa, e infine la malinconica e introversa All The Rage.
Insomma, sarebbe stato un vero peccato se quest’album fosse rimasto dimenticato dentro chissà quale cassetto di chissà quale scrivania. Con questo capitolo, dunque, Graham Coxon ripercorre alcune tappe della sua vita, tornando a Colchester, a quello spaccato di Inghilterra genuina e autentica dove tutto è cominciato e dove quel tutto, in parte, continua a resistere. Senza forzare la mano, prendendosi i suoi tempi e immaginando di poter salire nuovamente sulla statua dell’Angel Of Victory di Castle Park e baciarla ancora una volta.
Tracklist:
1. Billy Says 2. Alright 3. When You Find Out 4. Isn’t It Funny 5. There’s a Little House 6. Easy 7. Dripping Soul 8. Forget Today 9. Mélodie Pour Christine 10. All The Rage

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