Sebastian Brown
Windrose
(Beautiful Losers)
26 giugno 2026
genere: psych folk, blues, post rock, heavy blues, noir folk, soundtrack, deep southern blues, iron blues
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Recensione a cura di Andrea Musumeci

Windrose è l’album d’esordio del cantautore e polistrumentista romano Sebastian Brown, nome d’arte dietro il quale si cela il quarantunenne Daniele Mattioni.
Oggi Daniele Mattioni vive a Calcata, in provincia di Viterbo, in una casa nel bosco dove, da musicista autodidatta e one-man band, ha concepito centinaia di canzoni, tra cui quelle confluite in questo disco: Westwards, Eastwards, Windrose, Northwards e Southwards.
È in questo contesto che si inserisce l’incontro con Andrea Liuzza, dell’etichetta veneta Beautiful Losers, decisivo nel dare forma definitiva al materiale di Sebastian attraverso un accurato lavoro di produzione, editing e finalizzazione del suono.
Ad accompagnare l’uscita di questo primo capitolo discografico c’è il cortometraggio del singolo Westwards, con i suoi quasi quindici minuti di immersione audiovisiva realizzati dallo stesso Sebastian: un vero e proprio manifesto del suo universo intimo e narrativo, che mette in risalto un linguaggio artigianale dai toni solenni e drammaturgici.
Come la rosa dei venti, ogni traccia di Windrose rimanda ai punti cardinali, alle direzioni della vita, formando una croce. In fondo, ognuno di noi, in senso metaforico, porta una croce sulle spalle, un’ombra dalla quale è impossibile separarsi: quindi, per ritrovare il proprio centro, l’equilibrio della propria sfera emotiva, è necessario percorrere tutte le direzioni.
La rosa dei venti diventa così una croce simbolica, un punto d’intersezione fra le coordinate dell’esistenza che si ricollega al tema del Centro elaborato da Mircea Eliade, storico delle religioni: un cammino fra gli opposti alla ricerca di una riconciliazione interiore.
Accettazione del sé e del momento presente, riconoscimento della transitorietà e del significato universale della vita: come Parabola dei Tool rifletteva sul fatto che la nostra sofferenza derivi principalmente da un’identificazione materiale e corporea, e che tale sofferenza sia soltanto un’illusione, così Sebastian Brown – come un Siddhartha dei nostri giorni, lontano dal rumore cittadino – incoraggia ad abbracciare una consapevolezza più profonda, forse eterna.
Ne nasce un’opera che attraversa smarrimento, abbandono e il non riconoscersi più nelle aspettative degli altri (“everyone thinks I’m a monster, because I don’t reflect in their mirrors”), assumendo i contorni di una guarigione catartica che si compie nella musica.
Dal suo rifugio-eremo nella foresta, uno spazio che, come il deserto, permette di perdersi per poi ritrovarsi cambiati, Sebastian Brown disegna un immaginario fortemente evocativo, quasi esoterico, capace di trasformare dolore e fragilità in suono, in gesto creativo. Un antico sabba sospeso tra sogno e realtà, fondato su riferimenti alla natura e alla ritualità, come suggerisce anche l’artwork di copertina.
All’interno della release confluiscono suggestioni psych-western, desert e southern blues, ritmi arcaici di derivazione folk, la suspense dell’acid rock degli Psychic TV, insieme a echi e riverberi di chitarra acustica nickdrakeiana che scandiscono la notte nel silenzio del vento che sussurra all’anima (“listen to the silence in the wind that whispers to the soul”).
Si aggiungono contaminazioni etniche che spaziano tra minacciose danze tribali e un percussionismo riconducibile a civiltà ancestrali, mentre si delinea una tensione mistica che guarda al compianto Mark Lanegan, muovendosi tra ripetizioni estenuanti, un cerimoniale di atmosfere liturgiche e austere e una densità quasi catramosa, proiettata con estrema lentezza verso la saturazione di ogni spazio emotivo.
Il tutto si intreccia con distorsioni chitarristiche, espansioni post-rock e febbricitanti vibrazioni raga-indiane alla Donovan, passando per il krautrock lisergico degli Amon Düül II e per tessiture oscure, scarne, terrose e fangose, in grado di risvegliare il demone del delta blues statunitense.
Si insinua persino una sottile e malinconica nota grunge nel flusso di una poetica che richiama l’immaginario sciamanico di Carlos Castaneda e la visionarietà rituale di Alejandro Jodorowsky: da un lato il viaggio iniziatico e la ricerca percettiva, dall’altro il rito simbolico e la trasformazione psico-spirituale.
A sostenere l’intero impianto è il crooning dolente, quasi messianico, di Sebastian Brown, figlio di una notte segnata da rivelazioni e inquietudini, che imprime al disco una profonda intensità sensoriale e si inscrive nel solco delle ultime uscite de Le Pietre Dei Giganti.
Visioni surreali e cinematografiche oscillano dunque tra ritmiche statiche e ribollenti, tra libertà dionisiache e repressione degli istinti più bassi dell’uomo, dando origine a un pellegrinaggio ascetico, ieratico e allucinato che dalla terra viterbese si proietta a ritroso nel tempo, verso luoghi intrisi di esilio e memorie primordiali.
Ne emerge la colonna sonora di un trip liturgico, primitivo, ipnotico e viscerale, che procede simultaneamente in linea retta e in cerchio: dalla nascita alla morte, dalla notte al giorno, dall’illuminazione artificiale del crepuscolo alle prime luci naturali dell’alba, fino al successivo imbrunire.
Nonostante le brutali dinamiche che coinvolgono l’attualità, in cui il mondo sembra collassare sotto il peso della propria idea di progresso, Windrose ci ricorda che ogni involuzione nasce dallo smarrimento del senso dell’orientamento e dall’allontanamento dal proprio Centro (“it’s been two hundred thousand years since we created you and you still haven’t evolved?”).
Ma, tra le righe, c’è anche un messaggio di speranza da parte di Daniele: anche nel deserto più arido, nella condizione più estrema, può nascere un fiore e racchiudere in sé una possibile salvezza: “now in the desert a new flower has been born from human blood and carries within it the serum against all evils”.
Tracklist:
1. Westwards
2. Eastwards
3. Windrose
4. Northwards
5. Southwards
• Musiche, testi e copertina: Daniele Mattioni
• Daniele Mattioni: chitarre, basso, batteria, voci, percussioni, synth
• Francesco Mascio: chitarra solista su Northwards e Eastwards

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