Le Pietre dei Giganti: recensione di Veti e Culti

Le Pietre dei Giganti

Veti e Culti

Overdub Recordings

22 febbraio 2022

genere: folk, jazz, prog, alt-rock, hard rock, noise, western, blues, stoner, psych, elettro-funk

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Recensione a cura di Andrea Musumeci

A distanza di tre anni dal debutto con il full-lenght Abissi, la band alternative rock Le Pietre dei Giganti manda alle stampe il suo sophomore album intitolato Veti e Culti, edito per Overdub Recordings e anticipato dall’uscita dei singoli Quando L’Ultimo Se Ne Andrà e Veti e Culti, e dei rispettivi videoclip.

Registrato presso il Monolith Recording Studio di Filippo Buono in arte Phil Liar (uno dei massimi esponenti dello studio recording italiano, nonché proprietario dell’etichetta discografica indipendente Karma Conspiracy Records), Veti e Culti si materializza quale crocevia di popoli e culture, nelle sembianze di una masnada di individui che si sposta durante la notte, attraverso una selva oscura di dantesca memoria. Si va da Occidente a Oriente, dal Mediterraneo alle terre del nord-est europeo, passando per i camini delle fate della Cappadocia, fino ai vènti esotici di Lhasa e alle scie di sangue nei boschi di Visegrad, testimoni di antiche crudeltà.

La foresta (nelle tre fasi di una suite) è l’allegoria del cammino della vita e del coraggio necessario ad affrontarla. Per questa ragione la foresta, tra paganesimo e superstizione, assume un valore significativo nei sogni, nella mitologia e nell’immaginario comune dell’essere umano: è un luogo, così come lo è il deserto, in cui perdersi per poi ritrovarsi cambiati, e con una nuova percezione della realtà.

Il concept della release, seppur concepito ante pandemia, si può riassumere nel tema principale, autobiografico e quanto mai attuale, dell’assenza, della lontananza. Un’assenza universalmente percepita come condizione di vuoto incolmabile, di lacerazione esistenziale. D’un tratto, con l’avvento della pandemia e dei lockdown, ci siamo ritrovati circondati soltanto da un surreale silenzio e regrediti alla negazione di ogni attività sociale, senza contare le conseguenze traumatiche dovute a quello stato di isolamento forzato.

All’interno di Veti e Culti (che già nel titolo, grazie alla congiunzione “e”, svela un legame logico e linguistico tra le due parole) troviamo anche altre tematiche di riferimento: ad esempio, il potere suggestivo e oppiaceo della ritualità, di tutti quei culti che, nella loro funzione di stabilizzatori umorali, influiscono sul livellamento tra libertà dionisiache e repressione degli istinti più bassi dell’uomo. Come nei disturbi bipolari già trattati dai Nirvana, dai Tool, e da gran parte della letteratura psichedelica tra gli anni ’60 e i primi anni ’70.

Esiste, dunque, un sottile ed enigmatico filo conduttore che riunisce veti e culti attorno alla sfera percettiva dell’umanità, muovendosi in quel flusso perpetuo e mimetico in cui nulla si crea e nulla si distrugge, ma dove tutto si trasforma e rivive in qualcos’altro.

Un altro nucleo di riflessione è dettato dal simbolismo delle maschere, come quella raffigurata sulla copertina del disco a cura di Marco Barbieri (in arte Dem), moderno ed eclettico alchimista delle arti figurative che i componenti della formazione fiorentina Le Pietre dei Giganti (Lorenzo Marsili: voce, testi, chitarre, Francesco Utel: chitarre, testiere, voce, Francesco Nucci: batteria, percussioni, Niccolò Pizzamano: basso) hanno conosciuto grazie alla mostra Omonero.

L’artwork, così come il videoclip della titletrack (sempre a cura di Dem), mette in risalto sia la valenza sacrale di quelle immagini in bianco e nero, evidenziando il lato oscuro delle emozioni, nel dualismo introspettivo tra luci ed ombre, tra fede e follia, sia l’importanza iconografica e scaramantica legata a un oggetto, un manufatto, un feticcio, a quelle maschere africane dal fascino dark.

Ciò che emerge, pertanto, è la necessità di abbandonarsi alla fusione con qualcosa (o qualcuno) di mistico, al contatto con il mondo dell’aldilà, confidando nella protezione dei simboli e manifestando, in una dimensione sociale che oscilla tra debolezza concreta e gloria effimera, il disperato bisogno di essere soccorsi per codificare ciò che sfugge al controllo della nostra ragione.

Al netto di qualsiasi analisi soggettiva e indagine invasiva in merito alla materia antropologica di Veti e Culti, Le Pietre dei Giganti non inseguono assolutamente alcuna utopia di libertà, né la presunzione di fornire alcun messaggio salvifico, poiché consci del fatto che nessun soggetto può sottrarsi al filtraggio della civiltà evoluta, in quanto parte integrante di un ecosistema umanistico composto da convenzioni, patologie, contraddizioni e credenze che continuano a tramandarsi nei secoli, in un circuito ereditario, vizioso, perpetuo e ciclico.

La sceneggiatura di Veti e Culti si condensa in una scrittura collettiva più matura rispetto al precedente Abissi: una visione che chiama a raccolta una maggiore consapevolezza nei propri mezzi e un sentimento condiviso, non soltanto nel perimetro sonoro ma anche nella stesura dei testi, mostrando un flusso simbiotico tra musica e parole (in italiano) ritmicamente credibile.

Connettendo la componente elettronica, tra synth e campioni processati, alle profonde astrazioni del prog, ai reflussi stoner fuzz e alle cadenze pachidermiche del doom (Piombo), ed aprendosi, così, a un’ampiezza compositiva più ariosa e organica, insieme a una ricercatezza melodica più accurata, Le Pietre dei Giganti confezionano un cluster mefistofelico di suoni oscuri e danze primitive: un percorso spirituale illuminato dalle curve emotive dell’imprevedibiltà, da quella commistione di sensazioni e suggestioni che ritroviamo miscelate tra i solchi e le pieghe sonore delle nove tracce di Veti e Culti.

Un’opera fusion dalle influenze più strutturate, più dilatate, satura di atmosfere esoteriche, livide e permeate di un’aura sacrale, liturgica e solenne alla CSI di Tabula Rasa Elettrificata, a cui si aggiungono l’onda d’urto brutale e contundente che scaturisce dal ventre dei Mr.Bungle, l’intimismo processionale del flamenco gitano delle cuevas di Sacromonte (Tema) e le fragranze arabeggianti dell’Albayzin, mentre litanie vocali, evocative, mesmeriche e confessionali, si avvicendano a grida fameliche e disumane, finendo per mescolarsi a certo sciamanismo d’origine doorsiana e alla magia i di campane tubolari d’origine tibetana (Polvere).

Metamorfosi poliedrica che prosegue nei riverberi del trip-hop bristoliano, nei fumosi intermezzi del nu jazz (con il suono della tromba a fare da collante epidermico), nel divertissement elettro-funk-rock dei Duran Duran di Reflex e degli U2 di Pop (Foresta III – l’ultimo crepuscolo), nelle pesanti spruzzate ipnotiche di psichedelia retrò seventies, nella stregoneria heavy blues dei Trapeze di Mel Galley e, infine, nel percussionismo tribaleggiante della cultura africana, quando austero e magmatico, quando indulgente e ieratico.

Come scriveva lo psichiatra e antropologo svizzero Carl Gustav Jung: “Quando molti uomini si raccolgono assieme e formano folla, allora si scatena libero il dinamismo dell’uomo collettivo, si scatenano le bestie e i demoni, che dormono in ogni essere umano finché questi non si trova ad essere una particella della massa. È incredibile il cambiamento di carattere che si verifica nel momento in cui intervengono forze collettive. Un essere gentile e ragionevole può trasformarsi in un pazzo furioso о in una bestia feroce. Siamo sempre tentati di attribuire la responsabilità a circostanze esterne, ma nulla potrebbe esplodere in noi, se non vi esistesse di già”.

D’altronde, gli uomini, per quanto evoluti possano sembrare oggigiorno, e per quanto riescano a millantare identità apparentemente soddisfacenti, non sono altro che bestie. A volte, è sufficiente un semplice evento casuale a risvegliare l’anima della bestia che è in noi. Bestie che non cambieranno mai, e che nessuno riuscirà mai a trasformare.

Mentre ogni razza insegna odio, la vita intorno muore come fosse un gioco, e a noi non restano che l’impotenza di fronte a certe dinamiche e la consistenza polverosa e impalpabile delle nostre promesse. Non importa quanto saranno grandi rimpianto e rimorso, o le domande esistenziali sulla felicità: l’universo porterà avanti la sua inarrestabile accelerazione, trascinandosi nell’indifferenza e nel rumore sordo di una catena che scandisce la sua desolazione nella malinconia di un canto blues (Quando L’Ultimo Se Ne Andrà).

Veti e Culti è di per sé metafora di tante metafore, con cui Le Pietre dei Giganti capitalizzano sensibilità ed esperienza nei confronti della realtà, riversando il tutto in un’immagine interiore in grado di (ri)elaborare quella che è la propria restituzione artistica, e regalando conforto nella magia della musica, quella musica che non conosce confini di genere.

facebook.com/lepietredeigiganti

Membri della band:

Lorenzo Marsili: voce, testi, chitarre

Francesco Utel: chitarre, testiere, voce

Francesco Nucci: batteria, percussioni

Niccolò Pizzamano: basso

Tracklist:

1. Foresta I – un buio mattino

2. Foresta II – la bestia

3. (tema)

4. Foresta III – l’ultimo crepuscolo

5. Veti e Culti

6. Ohm

7. Polvere

8. Piombo

9. Quando L’Ultimo Se Ne Andrà

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