Prehistoric Pigs: recensione di The Fourth Moon

Prehistoric Pigs

The Fourth Moon (EP)

Go Down Records

26 novembre 2021

genere: heavy stoner, psych, sludge, doom, strumentale, jazz prog

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Recensione a cura di Andrea Musumeci

Dopo aver pubblicato tre album tra il 2012 e il 2019 e uno split con gli irlandesi Electric Taurus, il trio heavy stoner friulano Prehistoric Pigs manda alle stampe il suo nuovo full-lenght intitolato The Fourth Moon, edito per l’etichetta Go Down Records.

In questo quarto capitolo discografico, il progetto Prehistoric Pigs, fondato dai fratelli Juri e Jacopo Tirelli (rispettivamente alla chitarra e al basso), e da loro cugino Mattia Piani (alla batteria), continua ad alimentare il proprio trademark “jam band” rigorosamente strumentale (attraverso sei tracce inedite, concepite durante il lockdown), rimarcando quel calligrafismo sonoro che di base rimanda al desert rock di origine californiana, alla psichedelia di quei paesaggi sconfinati fatti solo di dune sabbiose e rocciose, da sempre metafora letteraria di abbandono e solitudine.

Ma non basta, perché oltre al sound di evidente impronta Kyuss, Electric Wizard e Sleep, impregnato di trip acidi e accordature basse, slabbrate e ronzanti, troviamo anche (soprattutto) riferimenti a quel proto doom di matrice seventies, a quelle atmosfere narcotiche, rallentate e allucinate di sabbathiana memoria, dove tutto sembra contorcersi e sprofondare nei solchi fangosi e paludosi dello sludge metal, rilasciando un pungente odore di zolfo che, di fatto, precede l’arrivo di entelodonti preistorici, vecchi ratti lunari, meteoriti hawkwindiani e antenati con indosso pantaloni a zampa d’elefante.

Un maelstrom di sonorità midtempo, messianiche e demoniache, che la band di Martignano sfrutta a dovere per calarsi negli anfratti più oscuri degli Alice In Chains, fino a concedersi improvvise deviazioni jazz prog e impercettibili dilatazioni foniche arabeggianti, mantenendo intatto quel percussionismo esoterico e tribale di civiltà del passato, per poi deflagrare completamente nei due episodi finali (Left Arm, Meteor 700), scaricando il contachilometri dei pedali wah wah e fuzz.

The Fourth Moon, nella sua anatomia strutturale, si presenta come un’opera totalmente devota ai suoni primordiali dell’essere umano, che lascia alla fantasia e all’immaginazione il potere di proiettare mentalmente storie fantastiche e ambientazioni fantascientifiche lovecraftiane, facendo a meno del condizionamento dei testi scritti e della componente vocale, proprio come avveniva nelle società all’epoca della preistoria, prima dell’invenzione della scrittura.

The Fourth Moon rappresenta un viaggio liturgico, primitivo, denso e claustrofobico, lungo 37 minuti, che i Prehistoric Pigs maneggiano come argilla idratata, all’interno di un magma sonoro liquefatto, lacerante, lisergico ed intriso di ritmiche marziali, riff granitici, ossessivi e aggressivi come pasticche di Arvenum, groove pachidermici, melodie ipnotiche, acufeniche, e amplificazioni psicotrope, generando così un moloch sonico e policromo di proporzioni cosmiche che, nel suo saliscendi emozionale di aritmie sincopate e torrenziali, si preannuncia nel frastuono di un diluvio universale e in tutta la sua natura heavy-psych.

Attraverso l’occhio di pietra (ipotizzando una rivisitazione immaginifica del teschio di longhorn), così com’è raffigurato nell’artwork sottoforma di monolite con un solo occhio, i Prehistoric Pigs intendono simboleggiare ed esorcizzare la concezione occidentale della morte, rafforzando il legame con le proprie radici e con i distributori self-service di quelle terre desertiche dalle quali hanno tratto ispirazione, mescolando la lezione ortodossa di certe dottrine del rock alla flessibilità e capacità di rigenerarsi, senza mai perdere di vista quel pellegrinaggio spirituale diretto alla Mecca dei paleontologi stoner del Friuli.

facebook.com/PrehistoricPigs

Tracklist:

1. C35

2. Old Rats

3. Crototon

4. The Fourth Moon

5. Left Arm

6. Meteor 700

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