Suez: recensione di The Bones Of The Earth

Suez

The Bones Of The Earth

Cagnìn Records

16 aprile 2021

genere: dark-folk, new-wave, neo-folk

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Recensione a cura di Andrea Musumeci

Il 16 aprile è uscito The Bones Of The Earth, il nuovo album della band post-wave cesenate Suez, edito per Cagnìn Records e anticipato dall’uscita dei singoli We Are Universe e Humanity Is Dead.

Citando una delle frasi più famose di William Shakespeare, estratta dalla tragedia di Giulio Cesare: “Il male che gli uomini compiono si prolunga oltre la loro vita, mentre il bene viene spesso sepolto insieme alle loro ossa”.

Con un ventennio di attività alle spalle e dopo ben otto anni di gestazione dall’ultimo lavoro in studio Illusions Of The Growth, il quartetto romagnolo riparte dalla ricostruzione di quelle ossa rotte e spolpate dalla vita per raccontare se stessi e le trasformazioni del mondo, attraverso i cambiamenti interiori e personali, la perdita d’identità di una società sempre più individualista e attratta dagli orrori quotidiani di una contemporaneità ormai alla deriva culturale, sempre più divisa dal contagio delle nuove forme mediatiche e che sembra aver definitivamente sepolto ogni brandello di umanità.

Quante cose possono cambiare in otto anni? Con The Bones Of The Earth, i Suez affrontano quelle vecchie illusioni legate alla crescita, alla fase in cui si entra nell’età della consapevolezza, metabolizzando quel brusco risveglio che va dal sogno alla realtà, dalla fantasia alla disillusione, con l’intenzione di intraprendere una direzione sonora differente da quella dei dischi precedenti, pur mantenendo il proprio carattere identitario, e con la necessità di trasmettere maggior enfasi al tremore di quelle linee emozionali, visionarie, cangianti e di forte attualità che sono presenti in questo nuovo capitolo discografico.

Mostrando una rinnovata ispirazione cantautorale, accompagnata da un’elevazione artistica più matura, il collettivo romagnolo mette a nudo l’anatomia del proprio impianto ritmico e drammaturgico, mescolando pelle, anima e ossa: un percorso introspettivo inquieto e pulsante, fatto di cicatrici e ferite, in cui le sonorità psichedeliche, perfettamente combinate alle radici post punk e costrette al costante senso di dannazione che trasuda per tutta la durata dei brani, tornano a caricare quella mai sopita vena malinconica, che è un po’ il marchio di fabbrica dei Suez.

Le nove tracce inedite di The Bones Of The Earth, nel loro incedere così lento, tortuoso, gotico, scarnificato e stratificato, evocano paesaggi desolati e dilatati, che scorrono lungo un sentiero narrativo fatto di immagini austere, ambientazioni new wave, percussioni ossessive e marziali, effetti dissonanti, scatti di speranza (come raffigurato nell’artwork curato da Marcella Malagotti) e storie di resistenza e liberazione (come nella bellissima Kobane), facendosi soundtrack di quel senso di inafferrabilità che si diffonde in mezzo a suoni rarefatti neo-folk, melodie dai toni sfuggenti e certi accordi aperti, di quelli che arrivano al cuore, mirati a colpire le zone più fragili dell’anima.

Il timbro baritonale di Luigi Battaglia, espressivo, struggente, vissuto, amaro e tagliente, e forte di una sensibilità alla Van Morrison, richiama diaframmi oscuri alla Nick Cave, Ian Curtis e Mark Lanegan, ma senza sprofondare nella loro dimensione solfurea: un cantato intimo, indolente, ipnotico e solitario, dal quale emerge una forte percezione di smarrimento e tutto il malessere esistenziale dei tempi moderni.

Quello dei Suez è, dunque, un viaggio lacerante e oscuro nei meandri della sofferenza, che prende le ossa della Terra per rendere omaggio, simbolicamente, all’organicità del suolo, quale testimonianza immortale delle nostre radici, nel dualismo dicotomico tra coppie di elementi; da una parte, protezione e sopravvivenza, dall’altra occultamento e soffocamento.

The Bones Of The Earth è un requiem emotivo che, per quanto possa sembrare opprimente sapere da dove e come ricominciare, è destinato a diventare un inno all’amore per chi non smette di amare, per chi cerca di trascendere le complessità della vita con semplicità, ma che al tempo stesso è consapevole del proprio passato, cui volge spesso uno sguardo nostalgico e rassegnato, assorbendone spoglie e ricordi.

https://youtu.be/IJglMg0vN58

https://www.facebook.com/profile.php?id=100063619784652

Membri della band:

Luigi Battaglia: voce, synth

Ivan Braghittoni: chitarre

Marcello Nori: batteria, percussioni

Manuel Valeriani: basso

Tracklist:

1. Hard To Say

2. We Are Universe

3. Robert

4. The Bones Of The Earth

5. Harriette

6. Hit The Man

7. Humanity Is Dead

8. Best Place

9. Kobane

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