Van Halen: recensione di 1984 – 9 gennaio 1984

Recensione a cura di Andrea Musumeci

9 gennaio 1984: i Van Halen pubblicano, per l’etichetta discografica Warner Bros., 1984, l’album della loro consacrazione pop, il disco che sancì la fine della collaborazione con David Lee Roth.

Il 1984 è stato un anno di grandi uscite discografiche rock, in ogni sua forma e derivazione: Purple Rain di Prince viene eletto disco dell’anno, Bruce Springsteen pubblica Born In The U.S.A., disco di protesta contro la presidenza di Ronald Reagan e che metteva in risalto la realtà delle vittime e dei reduci di guerra dimenticati dal proprio Paese; i Judas Priest rilasciano l’album Defenders of the Faith, gli Iron Maiden la pietra miliare Powerslave, i Metallica il secondo capitolo discografico Ride the Lightning, gli U2 The Unforgettable Fire, i Bon Jovi realizzano il debut album omonimo, mentre gli Echo and the Bunnymen mandano alle stampe Ocean Rain, disco new wave dall’atmosfera barocca e decadente.

George Orwell, già nel 1948, con il suo libro 1984, aveva immaginato come potesse essere il futuro ed il progresso-regresso dell’umanità sotto il regime di manipolazione fisica e psicologica da parte di un governo totalitario.

Il singolo Jump serviva a promuovere 1984, ma questo discorso era valido per la stragrande maggioranza dei video dell’epoca, il cui scopo era semplicemente fare pubblicità agli album di cui facevano parte. Ricordiamoci che gli anni ’80 sono stati il decennio dell’immagine, del look, del boom delle arti grafiche, del marketing e del suono. Insomma, iniziava l’era della manipolazione mediatica.

Erano due gli interessi delle case discografiche: far arrivare le band a più persone possibile anche da un punto di vista visivo e convincerle ad ascoltare una canzone che, forse, senza il supporto dei video sarebbe stata ignorata.

Il videoclip di Jump fece sì che la gente amasse i Van Halen: guardarlo era come andare in un locale e trovarci la migliore band del momento. I videoclip, negli anni ’80, diventarono una nuova forma d’arte. Basti pensare a David Fincher, che dopo una lunga carriera, o gavetta, come regista di video per molti cantanti famosi, arrivò a fare film straordinari divenuti dei cult movie come Seven e Fight Club.

Il video faceva risaltare la personalità del gruppo, quelle immagini permettevano che quella melodia, così orecchiabile, si inchiodasse nel cervello, e che alla fine si riuscisse ad afferrare l’idea. Quale idea?

La prima cosa che verrebbe da dire è: nessuna. Ma la risposta giusta era: i Van Halen erano una rock band meravigliosa, e l’unica cosa che dovevi fare all’infinito era semplicemente saltare. Nessun pensiero profondo, metafora, messaggio subliminale o cose simili.

A parole non è mai facile spiegare certe sensazioni, ma chi ha visto il video di Jump sa bene di cosa parlo. Jump fece vendere tantissimi dischi ai Van Halen, fu una perfetta mossa di marketing.
Anzi, era marketing allo stato puro, perfetto per l’evoluzione pop della musica hard rock.

Sono stati i video come Jump a fare la storia del video-marketing metal, che possiamo chiamare anche concerti dal vivo senza pubblico.

I Van Halen, con l’album 1984, dimostrarono che anche band hard rock, o metal, potevano usare i sintetizzatori, una volta ogni tanto. Jump è tutto lì; sintetizzatore, batteria, un po’ di voce e un assolo di chitarra indispensabile per non indurre al suicidio la parte più conservatrice dei fan.

Eddie Van Halen disse che Jump sarebbe potuta esistere già alla fine degli anni ’70, ma David Lee Roth si rifiutò di collaborare. Questa diatriba, sull’utilizzo delle tastiere, fu vinta da Eddie, ma a quei tempi ogni vero fan integralista del metal appoggiò Roth, quando lui si separò dai Van Halen proprio per questo motivo.

I Van Halen, dal 1984 in poi, possono essere considerati la sintesi del decennio degli Ottanta, così bizzarro, edonista e surreale, in cui il paradosso rappresentava semplicemente una caratteristica di quei tempi. Eddie Van Halen non era altro che l’evoluzione musicale del glam rock di Mark Bolan.

Alla fine, potevi sniffare coca delle chiappe di una puttana d’alto borgo (il riferimento implicito alla serie tv Californication non è del tutto casuale), ed un minuto più tardi eri su un palco, legato ad una corda, ad oscillare e fare il coglione davanti ad una folla di trentamila persone, come nel video di Panama.

Morale della favola: 1984 scalò le classifiche di Billboard raggiungendo il secondo posto, rimanendoci per cinque settimane, dietro a Thriller di Michael Jackson, il disco che, ironia della sorte, vide la collaborazione proprio di Eddie Van Halen.

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