Caligula’s Horse: recensione di Rise Radiant

Caligula’s Horse

Rise Radiant

Inside Out Music

22 Maggio 2020

Genere: progressive metal, progressive rock, djent

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Quasi due anni fa scoprii in maniera completamente fortuita, durante una delle mie interminabili navigazioni randomiche su Spotify, un gruppo di origini australiane chiamato Caligula’s Horse.

Inutile dire che fui immediatamente colpito dal loro nome e pensai che se avessero avuto anche solo metà dell’estro creativo dell’omonimo imperatore, che bramava il desiderio di nominare a console il suo cavallo Incitatus, allora mi sarei sicuramente divertito.

Così mi calai immediatamente nell’ascolto dei loro due album più accreditati, l’incantevole e appassionante
Bloom del 2015 e il loro masterpiece In Contact del 2017, e solo due settimane dopo averne fatto la primissima conoscenza mi ritrovai catapultato con un amico nel parterre del Legend Club di Milano pensando: “Ma cosa diavolo ci fanno in un posto così piccolo!?”.

Il bottino della serata fu: una constatazione amichevole per un incidente sulla via del concerto, 14 € spesi per una bionda e un panino con salamella, una foto con Rohan Stevenson (chitarrista della band spalla I
Built the Sky). La conquista più grande fu però quella di aver trovato una formazione che, insieme ai ben più affermati e rinomati Haken e Leprous, rappresentasse la mia personale fonte di speranza per i destini del prog-metal
negli anni a venire.

Infatti, questi ragazzi originari del Queensland si distinguono per la capacità di nobilitare e liricizzare un genere che troppo spesso viene ingiustamente tacciato di essere una mera dimostrazione tecnica asservita alle pratiche di “autoerotismo” dei suoi abilissimi esecutori.

Nei due lavori precedentemente citati, i Caligula’s dimostrano invece di aver ideato una propria poetica raffinata e complessa: questa è modellata attorno alla tessitura robusta e poliritmica del progressive metal e del djent, in cui vengono incastonate come pietre preziose le stravaganti variazioni tipiche del rock progressivo.

A ciò si aggiunge infine un gusto mai banale e scontato per l’aspetto puramente melodico ed emozionale. Così dopo Bloom e In Contact, che hanno prima svelato e poi consacrato le loro doti, giunge nei nostri stereo la loro ultima fatica Rise Radiant, rilasciato per l’etichetta tedesca Inside Out lo scorso 22 maggio.

E proprio perché non c’è due senza tre, come si suol dire, il cd è stato definito da molti come la loro prima vera prova di maturità. Giunti a questo punto, infatti, Jim Grey e compagni si sono ritrovati di fronte a un bivio: proseguire con il percorso sonoro più propriamente djent già intrapreso con il lavoro del 2017 o ritornare su un prog-metal più convenzionale e capace di mettere d’accordo una fetta maggiore di pubblico?

A leggere che il mixaggio dell’LP è stato curato da Jens Brogen, uno che può vantare di aver avuto tra le mani gli “affari” musicali di Opeth, Leprous e Katatonia, la risposta pare quasi scontata. Se aggiungiamo poi
che il produttore del progetto è il chitarrista della nostra combriccola Sam Vallen, potremmo già intuire il
perno attorno a cui ruota tutta la composizione: un generale inspessimento e irrobustimento del suono dovuto alla centralità attribuita alle partiture matematiche della sei sette/otto corde dello zio Sam.

Svolgono in questa direzione una funzione programmatica i tre brani selezionati e proposti come singoli di
presentazione: l’opener The Tempest, Slow Violence e Valkyrie. Tutte e tre le tracce sono caratterizzate dalle bordate corpose e sincopate che le asce di Vallen e del bassista Prinsse (ultima new entry) si scagliano come in un duello furente per tutta la durata dei pezzi. A svettare tra queste sono sicuramente le prime due canzoni, che regalano un intro esplosivo e carico di pathos grazie ai loro coinvolgenti ritornelli che ricordano
gli ispirati fasti del disco precedente.

Il Cavallo dell’imperatore si eleva però sulle zampe posteriori, in impennata, a mostrare la sua forza, i suoi muscoli e la fluente criniera, quando l’atmosfera si dipinge di colori “romantici”, si offusca e si fa più intima. Premendo play su Salt e The Autumn ritocchiamo con vena nostalgica il lirismo e la drammaticità che ci avevano fatto innamorare nel 2015 con Bloom. Ci sembrerà infatti di vestire i panni del Viandante Sul Mare di Nebbia di Caspar Friedrich mentre siamo intenti ad ascoltare il suono, stavolta non del mare, ma di un progressive metal, che si fa rock, altamente teatrale e onirico.

La prima è una traccia completa e
autoconclusiva, in cui ciascun membro del gruppo si ritaglia uno spazio per proporre un’esecuzione che raggiunge la perfezione. Decisamente impeccabile per la tecnica e la resa emotiva la prova canora del bel Jim Grey. Ascoltare per emozionarsi.

Un’atmosfera uggiosa ed elegiaca è invece quella che avvolge The Autumn, incantevole ballad dai toni introspettivi che con un lento climax passa dalle confortevoli atmosfere unplugged ordite dalla chitarra acustica e dalla calda voce del frontman alla epica e muscolosa The Ascent, lungo ed intricato atto conclusivo che si inerpica su un continuo saliscendi tra sonorità ruvide e dal passo pesante e momenti distesi in cui riecheggia la struttura melodica del brano precedente.

Sebbene il pezzo, almeno personalmente, stenti a far gridare al capolavoro, vanno sottolineati l’ottimo lavoro dei nostri musicisti nella scrittura della sezione voci/coro e il romanticismo tecnico di impronta “petrucciana” raggiunto da Mr. Vallen.

Chiudono la tracklist i due pezzi posti a mo’ di spartiacque nella sezione centrale: la hakeniana Resonate, brevissima e dolce ballata contraddistinta da sonorità al limite dell’elettronica e Oceanrise, che per
immediatezza, freschezza e incisività del ritornello eleggerei come vero singolo (non ufficiale) del disco. Quest’ultima diventerà un ossessivo ma piacevole tarlo da canticchiare in continuazione.

Dovendo tirare le somme, ammetto il mio costante scetticismo sulle ultime uscite dei gruppi a cui sono più affezionato, ma Rise Radiant, considerati i pochissimi punti deboli che minuziosamente si potrebbero ricercare, è senza dubbio un ottimo album che non teme assolutamente il confronto con le release che hanno dato grande visibilità alla compagine australiana.

Indubbiamente, in un primo momento potrà suscitare qualche sensazione di straniamento dovuta al cambiamento di sonorità intrapreso dai Nostri, ma dopo il sano shock iniziale che ogni novità porta con sé, vi ritroverete sicuramente a pensare come me che questa era l’evoluzione necessaria per tenere il passo con le mutazioni in corso nel progressive metal contemporaneo. Un cd che si presta per essere ascoltato e riascoltato con grandissimo piacere.

Giusto una postilla finale: qui non si vede già l’ora che le restrizioni ai concerti vengano abolite e che si possa tornare a inanellare sventure e imprese memorabili per vedere questi ragazzacci di Brisbane.

Marco Milo

Membri della band:

Jim Grey – cantante

Sam Vallen – chitarre solista

Adrian Goleby – chitarra

Dale Prinsse – basso

Josh Griffin – batteria

Tracklist:

1. The Tempest

2. Slow Violence

3. Salt

4. Resonate

5. Oceanrise

6. Valkyrie

7. Autumn

8. The Ascent

Bonus Tracks:

9. Don’t Give Up (Peter Gabriel Cover)

10. Message to My Girl (Split Enz cover)

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