Lamb Of God: recensione di Into Oblivion

Lamb Of God

Into Oblivion

(Century Media/Epic Records)

13 marzo 2026

genere: groove metal, tech-thrash metal, crossover

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Recensione a cura di Marco Calvarese

Ma di cosa vogliamo parlare? Quando va in scena l’Agnello di Dio, non ci possono essere dubbi sul fatto che si esca malconci e felici dall’ascolto: questo è fuori discussione, perché, di regola, si scrive Randy Blythe, ma si traduce garanzia. L’unico dubbio che è lecito porsi è se le novità che i Lamb Of God ci proporranno nel loro undicesimo LP, il freschissimo di stampa Into Oblivion, ci indurranno ad amarli ancora di più.

Del resto, stiamo parlando dei sovrani del groove: riff granitici, ispirati come da tempo non accadeva e diretti come un pugno in faccia, cambi di tempo fluidi assicurati da un’immensa sessione ritmica, breakdown da distorsione cervicale dosati al punto giusto e il solito Randy fuori scala per chiunque.

Però, rispetto, ad esempio, al precedente, le novità sono parecchie e tutte migliorative: una più ampia gamma sonora e strutturale, una produzione meno forzata e la nitidezza ispirativa danno l’idea di un disco sincero e orgoglioso e riescono a trasmettere gli stessi sentimenti a chi sta da quest’altra parte delle cuffie.

Il prodotto finale è più Lamb Of God degli stessi Lamb Of God, dunque entusiasmante per definizione, ma la novità che oserei definire strategica è che, forse mai come prima, Into Oblivion esplora e conquista tanti modi differenti di fare groove, di colpire e impattare: un monolite duro come l’acciaio, ma variopinto.

Un disco che parte in sesta, direttamente con la titletrack: qui i synth (curati dal produttore Josh Wilbur) svolgono un ruolo da protagonisti, aprendo la traccia e tornando nel refrain, mentre chorus e bridge si giocano in un’alternanza tra main riff devastante e palm muting estremo. L’effetto è quello di un macigno che ti rotola addosso scivolando su un tappeto.

Già in Parasocial Christ cambia radicalmente lo scenario, laddove l’impatto è garantito dal riffing thrash e dai costanti cambi di tempo. Compaiono anche gli assoli, per una struttura più tradizionale ma non meno travolgente: una colata di cemento a presa rapida.
Ma non c’è tregua, non un calo di tensione o di attenzione, perché Sepsis crea ancora un impianto sonoro completamente differente: rallentano i ritmi, cresce il peso specifico.

L’apertura viene riservata a un narrato baritonale sostenuto dal basso (vagamente in stile Dawn Patrol dei Megadeth), ma il refrain è un violento crossover e, al centro, emerge feroce un solido blast beat: come affondare nel magma con un macigno appeso al collo.

La tracklist sembra pensata ad hoc per fornire sempre la proposta giusta al momento giusto, perché a questo punto mi aspetto il ritorno del groove più classico e, puntualmente, l’attesa viene premiata con The Killing Floor: a una prima parte thrasheggiante fa seguito un breakdown di neppure troppo velato rimando ai Decapitated di Nihility. Una bomba al fosforo.

Ora, se il collo non è già andato in frantumi a furia di headbanging, c’è un momento di tregua con la riflessiva El Vacío, un delicato e semplice arpeggio spezzato da un refrain rabbioso. È un intercalare, una piccola boccata d’ossigeno quanto mai necessaria perché, da qui in poi, saranno botte da orbi.

St. Catherine’s Wheel offre ancora un’altra, fantastica chiave di lettura del groove, più ricercata, effettata e melodica, di vago rimando panteriano, ma subito dopo c’è Blunt Force Blues, ragazzi: questo piccolo capolavoro, non a caso pubblicato come primo singolo, stressa ulteriormente il concetto puntando i riflettori su un riffing maestoso e, soprattutto, sulla sontuosa prestazione di Art Cruz, per un risultato caleidoscopico e spaccaossa che sembra pensato apposta per creare un wall of death sotto il palco. La perla del brano, a mio gusto il migliore dell’album (e, finora, dell’anno), è il breakdown, condito da un riff che rende omaggio ai Machine Head di Burn My Eyes. Imperdibile.

La splendida Bully, alternando true blast beat e rallentamenti parossistici, con ampio ricorso al palm muting, sembra il ponte perfetto con A Thousand Years, dove suoni e tempi aumentano la forza di gravità fino a schiacciare l’ascoltatore sul pavimento: questa seconda parte dell’opera mi ha fatto pensare al The Great Southern Trendkill dei Lamb Of God per quanto massiccia e rabbiosa riesce a essere. Eppure non c’è rinuncia alla classe, alla narrazione sentita, al giro bluesy, persino a un breve ma riuscitissimo assolo.

E, in effetti, la chiusura è riservata a un episodio, Devise/Destroy, che sembra riallacciarsi ai precedenti grazie a un main riff delizioso, vagamente orientaleggiante, ma si scioglie poi in un ritornello dal forte richiamo sepulturiano (così come il titolo della traccia).

Che aggiungere? Sono arrivato a fine corsa e l’unico desiderio è quello di tornare all’inizio e premere subito, di nuovo, il tasto play. A me sembra che Randy e soci abbiano ritrovato l’ispirazione dei tempi migliori, nuova linfa con Art Cruz dietro le casse e più efficaci soluzioni sonore con il cambio di etichetta. Una somma di fattori che, unita alla maestria apodittica degli alfieri del groove metal, non poteva che sfociare in un platter di altissima qualità e spaventoso impatto. Vietato passare oltre perché, ve lo assicuro, Into Oblivion non scivolerà… nell’oblio.

Tracklist:

1. Into Oblivion 2. Parasocial Christ. 3. Sepsis 4. The killing Floor 5. El Vacío 6. St. Catherine’s Wheel 7. Blunt Force Blues 8. Bully 9. A Thousand Years 10. Devise/Destroy

Line-up:

Randy Blythe – voce
Mark Morton – chitarra solista
Willie Adler – chitarra ritmica
John Campbell – basso
Art Cruz – batteria

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