Los Natas: recensione di Corsario Negro

Los Natas

Corsario Negro

Smallstone Recordings

26 febbraio 2002

genere: psichedelia tribale, doom stoner, heavy rock, desert rock, sludge, prog psichedelico, jam session, suite strumentali, rock & roll

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Recensione a cura di Andrea Musumeci

Dopo la pubblicazione dei precedenti Delmar e Ciudad de Brahman ed il project side Santoro, la stoner band argentina Los Natas manda alle stampe il suo terzo album intitolato Corsario Negro, probabilmente il componimento più maturo a firma della formazione di stanza a Buenos Aires, edito il 26 febbraio 2002 per l’etichetta Smallstone Recordings.

Continua ad alimentarsi l’evoluzione scritturale e spirituale intrapresa dai tre gauchos Natas, i quali, in questa nuova missione discografica, ispirandosi a un grande classico della letteratura salgariana, ridisegnano il loro mantra emozionale incarnando un sound proteiforme, contaminato, selvaggio e muscolare come il nativo americano raffigurato in copertina, facendo da ponte immaginifico tra le atmosfere polverose e lunari di Palm Desert e le pianure steppose della Pampa argentina.

Se da un lato i tre corsari Los Natas omaggiano le divinità sciamaniche dello stoner rock (leggasi Kyuss e Nebula), pur allentandone l’enfasi calligrafica, dall’altro ci proiettano in una dimensione esoterica e caleidoscopica che mette in luce uno spartito monolitico dalle fondamenta doom sabbathiane, alternando quei groove glaciali e infuocati che contraddistinguono la Terra del Fuoco da cui provengono, nel tentativo di spostare l’attenzione dal deserto californiano alle foreste pluviali del sud America, ambientazioni ideali per raccontare storie di allucinazioni, entità spirituali e trip interiori.

All’interno di un nucleo magmatico che si tinge di pigmentazioni dense e sulfuree, le undici tracce di Corsario Negro prendono forma attraverso riverberi liturgici, scosse telluriche hardcore e ritmiche sabbiose sludge, ripercorrendo i princìpi della dottrina ortodossa dei Black Sabbath, Blue Cheer, Electric Wizard, Sleep, St. Vitus ed Iron Butterfly, fino a concedersi carnalmente al fascino oscuro e magnetico del demone blues e a quell’istinto genetico del rock & roll che profuma di spezie etniche e folk sudamericano.

Un compendio di suoni e contaminazioni dove la malleabilità termica delle dilatazioni fuzz e le rocciose stratificazioni dell’heavy rock si mescolano alle componenti lisergiche e acide di quel blues che rimanda ai funambolici affreschi di Jimi Hendrix e Peter Green, al fiammeggiante boogie rock degli AC/DC, alla psichedelia cosmica e ipnotica dei Pink Floyd e alle linee arpeggiate dei Deep Purple, arrivando a incendiare l’aria circostante con incandescenti e frenetici intermezzi rock & roll di pianoforte alla Jerry Lee Lewis.

Il tutto amalgamato a quella matrice tribaleggiante fatta di percussioni legnose tipiche delle danze degli indios della Patagonia, che i Los Natas arricchiscono con la carica esplosiva di riff pachidermici e cerebrali, amplificazioni sature, power chord ed effetti wah wah, ma senza togliere né spazio né ossigeno alla forza melodica e comunicativa di Corsario Negro.

Membri della band:

Sergio Chhotsurian: chitarra, voce

Gonzalo Villagra: basso

Walter Broide: drums

Tracklist:

1. 2002

2. Planeta Solitario

3. Patas de Elefante

4. El Cono del Encono

5. Lei Motive

6. Hey Jimmy

7. Contemplando la Niebla

8. Bumburi

9. Americano

10. El Gauchito

11. Corsario Negro

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