Lou Barlow: recensione di Reason to Live

Lou Barlow

Reason to Live

Joyful Noise Recordings

28 maggio 2021

genere: folk rock acustico, country folk, garage folk, lo-fi

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Recensionsolistae a cura di Andrea Musumeci

A distanza di sei anni dal precedente Brace The Wave, e cinque giorni dopo l’uscita di Sweep It Into Space coi suoi Dinasaur Jr., il polistrumentista statunitense Lou Barlow sforna il suo nuovo episodio solista dal titolo Reason to Live, edito per Joyful Noise Recordings e anticipato dall’uscita dei singoli In My Arms, Over You e Love Intervene.

Lou Barlow, al netto di una carriera quasi quarantennale (equalizzandosi tra Dinasaur Jr., Sebadoh, Sentridoh e Folk Implosion, più tutte le produzioni soliste), e facendo tesoro del lungo periodo di lockdown, ha continuato a portare avanti la sua arte e a cavalcare l’onda delle proprie emozioni, concedendo libero sfogo, in maniera bulimica ma del tutto naturale, al suo mood espressivo, introspettivo e cantautorale one-man-band, attraverso ben 17 tracce tra brani inediti e rielaborazione di vecchi appunti (alcune melodie e scritture risalgono addirittura ai primissimi anni Ottanta), lasciati lì, in qualche cassetto, a sedimentare, fermentare e a maturare verso un sound sempre più accessibile.

Senza rinunciare al gusto fai-da-te della miscela lo-fi e con una scanzonata e stereotipata leggerezza slacker, Reason to Live è quello che potremmo riassumere come un lavoro discografico homemade e soft rock dall’animo intimo e casalingo, che Lou Barlow ha concepito per la prima volta, un po’ per indole e soprattutto per necessità (causa pandemia), tra le sue quattro mura domestiche, diventate vero e proprio rifugio dove comporre e suonare.

Un’esperienza completamente nuova per il cantautore nato in Ohio e cresciuto nel Massachusetts, per uno come lui avvezzo a viaggiare per registrare; una sfida inedita e vissuta nel circoscritto perimetro focolare della famiglia, che ha portato con sé il sapore della rinascita e il profumo e i colori del mandorlo in fiore vangoghiano, trasformandosi, giorno dopo giorno, in quell’ottima ragione per vivere che, probabilmente, noi tutti cerchiamo.

Come cantava Paul Stanley con i KISS, a metà degli anni Ottanta: “Tutti hanno una ragione per vivere, tutti hanno un sogno e una fame dentro…”. Eppure, sappiamo bene che esiste più di una ragione per vivere, e una di queste è l’amore per la musica. Cosa ne sarebbe delle nostre misere esistenze senza il valore empatico della musica. Perché là fuori, il mondo è difficile.

A fare da collante emotivo all’interno di ogni stanza della release, troviamo quella pasta timbrica così timidamente tremolante, vibrante, avvolgente, malinconica e caratterialmente sensibile e depressa a cui ci ha abituato il caro e vecchio Lou, assieme a un ritrovato sentimento peace & love con il quale, lo stesso autore, è riuscito a mescolare, integrare e bilanciare dimensione privata e dimensione professionale, connettendole al rumore e alle voci nella sua testa e aprendosi, di fatto, a una nuova stagione della vita, pur mantenendo intatta una pacifica idiosincrasia nei confronti della contemporaneità. Un messaggio che è anche visivo, oltre che musicale, grazie al collage di fotografie appiccicate in copertina, tra vecchie e nuove immagini dove si intrecciano ricordi, passioni e la quotidianità.

Reason to Live, nel suo stile minimalista e acoustic mode da “canzoni dell’appartamento”, si muove con disinvoltura in un candido fluttuare di atmosfere oniriche, western e landscapes agrodolci, rurali e riverberati, facendo emergere influenze da storyteller riconducibili a John Mellencamp (ma senza il suo attivismo politico) e servendosi di ritmiche clap e plettrate country folk, in armonica fusione con certe sonorità retrò, misteriose, pacate e penetranti, che rimandano immediatamente al repertorio dei vari Neil Young, Young Marble Giant, Bob Dylan, Waterboys, R.E.M. e Blind Melon.

Reason to Live è un’opera unplugged che, da un lato, parla di fede, da non intendersi sotto l’aspetto religioso, bensì come atto di fede, come fiducia nelle persone che sanno restare unite quando c’è un pericolo imminente, e dall’altro riprende la sostanza di suoni e contenuti già presenti in alcune composizioni del passato: un disco che, nonostante la lunga tracklist, si sviluppa mediante un copione agile e brillante dal linguaggio moderno e non retorico.

Lou Barlow, con quel look fascia in testa e barba old style, che ricorda quei tennisti di fine anni ’70 (in pratica, la versione di Bjorn Borg, ma ordinata sul catalogo di Wish), con quel profilo così distinto e delicato, e nell’attesa di un imminente futuro post-covid, disegna e autografa una collezione di trame, bozzetti e canzoncine jingle jangle dall’elegante tocco folkish, indirizzate a stimolare la riflessione su tematiche esistenziali come la ricerca interiore del senso della vita; materiale di un concept umanistico fondamentale per affrontare un cammino di maturazione personale e decisivo per una presa di coscienza del proprio ruolo nel mondo, o più semplicemente nel proprio mondo, ma senza dar peso al dove si andrà.

Tracklist:

1. In My Arms
2. Reason To Live
3. Why Can’t It Wait
4. Love Intervene
5. Privatize
6. I Don’t Like Changes
7. Clouded Age
8. Over You
9. How Do I Know
10. Cold One
11. Thirsty
12. Maumee
13. Lows And Highs
14. Paws
15. Tempted
16. All You People Suck
17. Act Of Faith

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