Skid Row: recensione di Skid Row – 24 gennaio 1989

Recensione a cura di Andrea Musumeci

24 gennaio 1989. Gli Skid Row pubblicano, per Atlantic Records, il loro esordio omonimo, album che divenne subito multiplatino.

Gli Skid Row, band del New Jersey (la stessa terra che ha dato i natali a Bruce Springsteen e Jon Bon Jovi), si formò a metà anni 80, composta dal batterista Rob Affuso, i due chitarristi Dave Sabo e Scott Hill e dal cantante Sebastian Bach.
Mi raccomando, da non confondere con la band irlandese degli anni ’70 Skid Row, composta da Gary Moore, Thin Lizzy e Paul Chapman.

Siamo alla fine degli anni Ottanta (gli avidi anni ’80), decennio rappresentato dall’enfasi ipocrita per il capitalismo filosofico, in cui tutti erano superstar. Un vero paradosso se si pensa al rock di fine anni ’60 e dei primi anni ’70, spinti dallo spirito di reazione politica nei confronti dell’amministrazione Nixon e contro la guerra in Vietnam.

Gli anni ’80 saranno ricordati sempre per le folte chiome, in qualsiasi ambito musicale, dalla new wave al rock. A volte era difficile andare oltre l’immagine, ma era lo stile dell’epoca: ci fu il boom delle arti grafiche, dei videoclip musicali e di un primo esemplare di società iperconnessa. Dal punto di vista culturale, la musica degli Ottanta era semplicemente il riflesso della società in cui si manifestava. La fine di quella decade è stata segnata da eventi storici epocali: la fine della Guerra Fredda tra Stati Uniti e la vecchia Russia (U.R.S.S.), l’avvento della perestrojka di Gorbaciov e la caduta del muro di Berlino.

C’era voglia di libertà, di nuova linfa vitale, desiderio di cambiare rotta; c’era l’urgenza di ripartire dal rock e di riportare la chitarra al centro del villaggio. E fu quello che avvenne negli anni ’90. Basti pensare al cambiamento che fecero alcuni gruppi importanti dell’ondata new wave come U2 e Depeche Mode, e soprattutto al successo della moda grunge. Nel 1989, i Nirvana non erano ancora una macchina da soldi ed un logo modaiolo per t-shirt, mentre stava crescendo sempre di più la necessità di sperimentare attraverso la mescolanza di contaminazioni eterogenee; come nel cosiddetto crossover, sottogenere trainato da Beastie Boys, Faith No More, Red Hot Chili Peppers e Jane’s Addiction. Nel frattempo, se da un lato il rap americano stava diventando sempre più popolare, dall’altro il genere metal aveva ormai raggiunto la vetta più alta dell’ingranaggio mainstream pop, ed Izzy Stradlin faceva ancora parte dei Guns N’ Roses.

Gli Skid Row, come già detto, esordirono nel 1989 con lo straordinario album omonimo di puro hard rock metal: aggressivo, rabbioso, melodico e radiofonico. Come descrivere il loro sound? Immaginate un orso grizzly che si scaglia contro un gruppetto di hippie ricoperti di miele.

Gli Skid Row sono talmente anni ’80, o forse sono io che li considero tali, che sembra difficile pensare che siano usciti solo alla fine di quel decennio, per poi lasciare una traccia indelebile solamente grazie alla qualità dei primi due dischi. In quel momento storico, un sacco di band promettevano che avrebbero fatto album sempre più pesanti, ma gli Skid Row, a differenza di tanti altri, lo fecero veramente; furono tra i pochi a mantenere quell’aspettativa due anni più tardi con Slave to the Grind, lavoro discografico che, a mio avviso, somiglia parecchio alla fase Megadeth degli anni ’90.

Però, al netto di ogni considerazione personale, il debut album rimarrà, oggettivamente, il più importante della discografia degli Skid Row. Alcuni brani di questo disco sono divenuti vere e proprie hit, classici di un genere musicale che oggi, purtroppo, vive una profonda crisi generazionale, fino a vedersi declassato a una dimensione underground, che al massimo sopravvive di nostalgici revival.

In questa release, i fiori all’occhiello sono, senza dubbio, le due power ballad 18 And Life ed I Remember You: la prima è incentrata sulle sventure del giovane ribelle Ricky (bellissimo il video) e, pur essendo una ballad malinconica, presenta comunque un ritmo sostenuto e adrenalinico, mettendo in mostra la superba estensione vocale di Bach e la meravigliosa prova delle chitarre. La seconda, invece, con una cadenza più lenta, rispetta i cliché del genere grazie ad un ritornello orecchiabile ed assoli sognanti. In buona sostanza, materiale adatto ai cuori infranti e zuccherosi. Altro classico di quest’album è Youth Gone Wild, quasi un inno di guerra, di ribellione adolescenziale, racchiuso in un riff semplice, diretto, e un bel ritornello corale.

I videoclip di queste tre canzoni sono tutti in bianco e nero, scelta singolare e controcorrente, se pensiamo all’edonismo multicolor degli anni ’80. Per quanto mi riguarda, basterebbero queste tre canzoni a giustificare l’acquisto del primo disco degli Skid Row. Per il resto, in merito ai testi degli altri brani, c’è ben poco da analizzare; si parla di tette, di una sorellina dolce e carina, e di ragazze che fumano sigarette mentre piangono. Insomma, nessun messaggio profondo ed esistenziale, ma principalmente stravaganza e puro intrattenimento.

Il vero protagonista della band era lui, Sebastian Bach: frontman quasi anoressico e con una fantastica estensione vocale. Un vero peccato che questa band si sia persa troppo presto. La loro fama durò pochi anni, già prima che Sebastian Bach lasciasse la band. Gli Skid Row, all’inizio degli anni ’90, erano una delle poche band che poteva fare una ballad come I Remember You e, allo stesso tempo, andare in tour coi Pantera.

Fu, dunque, questo il lascito artistico di un gruppo come gli Skid Row: un tassello fondamentale che andò a completare il mastodontico e camaleontico mosaico rock degli Ottanta: un LP di culto per tutti gli amanti dell’hard rock e del metal.

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