Mötley Crüe: Shout At The Devil

26 settembre 1983.
I Mötley Crüe pubblicano Shout at the Devil, il loro secondo album, considerato da pubblico e critica l’album più metal della band di Los Angeles.

Shout At The Devil potrebbe essere definito il Bignami del glam rock ribelle degli anni ’80, la Bibbia del trucco pesante e dei capelli cotonati di quel decennio.

Quando sei adolescente, negli anni ’80, può essere comprensibile il fatto di rimanere impressionati dalla copertina di Shout At The Devil.

Giustamente ti chiedi: “Ma chi cazzo sono questi? Sono ragazzi o ragazze?”.

Avevamo una percezione completamente diversa da quella che abbiamo oggi: la realtà delle cose non è paragonabile, per il semplice fatto che l’intero concetto di vita è relativo e coincide con la tua esistenza in quel preciso momento storico.

Probabilmente, nessun adolescente, nel 1983, era preoccupato per la Guerra Fredda, oppure rimaneva sveglio la notte per paura della guerra nucleare. Eppure, in quegli anni, ogni cosa sembrava normale.

Molti di quella generazione rimasero folgorati e affascinati dai Mötley Crüe, e così potrei ipotizzare che Shout At The Devil sia stato il loro Sgt. Pepper. Del resto, lo stesso Nikky Sixx definì gli Aerosmith i suoi Beatles.

Di conseguenza, c’era un filo conduttore invisibile che legava Beatles, Aerosmith e Mötley Crüe.

Chiaramente, i Mötley Crüe non è che avessero inventato chissà quale nuovo genere musicale: ho letto d qualche parte che Elvis Costello considerava il glam metal degli anni ’80 un facsimile di quello che altri artisti avevano già fatto in passato, perché secondo lui negli anni ’80 la creatività era già finita.

Però, vanno considerati anche i nati dopo il 1970, i quali, per forza di cose, non potranno mai apprezzare fino in fondo tutta la creatività dell’epoca pre-anni ’70, ma solamente riviverla come un revival, in differita, pensando “Se solo fossi nato/a dieci anni prima…”.

I Mötley Crüe sono stati un bellissimo puzzle shock rock, ogni pezzo al posto giusto: Aerosmith, Kiss, Alice Cooper, T-Rex, Black Sabbath e Led Zeppelin, il tutto revisionato in chiave anni ’80.

La cosa curiosa è che Black Sabbath e Led Zeppelin ebbero la stessa influenza anche sulle band del periodo grunge.

Ed inoltre, l’immagine di Vince Neil e compagni attirava l’attenzione, perché quel tipo di immagine funzionava.

Shout At The Devil, Looks That Kill e Bastard sono i brani che aprono questo disco (tralasciando la cover dei Beatles Helter Skelter) che stabilirono le regole del glam rock/metal degli anni ’80.

Come tutta la grande musica degli anni ’80, il significato di Shout At The Devil aveva un qualcosa di postmoderno, nel senso che spesso e volentieri non aveva nulla a che fare con le cose di cui parlava, il suo significato era quello che tutti potevano dargli.

Shout At The Devil divenne un vero e proprio inno metallaro. Però, proprio a causa di Shout At The Devil, i Mötley Crüe vennero accusati di satanismo, tematica parecchio in voga nella scena metal di quegli anni.

I Mötley Crüe non stavano urlando con o per il diavolo, bensì stavano urlando contro il diavolo. Oppure era Tommy Lee che ringraziava un potere esoterico per avergli concesso di andare a letto con Pamela Anderson.

Shout At The Devil poteva essere considerato un banale messaggio contro l’autorità, visto che il disco era rivolto ad un pubblico adolescente, oppure poteva assumere un qualsiasi significato, sebbene non sia sempre necessario ricercare chissà quale significato o simbologia nascosta. A volte le cose sono semplicemente come sono.

Nikky Sixx e Vince Neil non erano persone normali, scopavano con le spogliareleliste e facevano a botte con i poliziotti, mentre io ero semplicemente un ragazzino che viveva una vita normale dall’altra parte dell’Oceano: niente droghe, niente sesso, al massimo quattro schiaffi fuori da scuola e qualche nota sul diario.

Direi che non avevamo nulla in comune, nulla di cui parlare, nonostante, in quel momento, fossero un prolungamento della mia adolescenza da metallaro.

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