Necrophagist
Onset Of Putrefaction
(Relapse Records)
15 giugno 1999
genere: technical death metal
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Recensione a cura di Marco Calvarese

Così, di botto, la sentenza: i Necrophagist sono una delle band metal più di culto del pianeta e della storia. Se questo è vero, e lo è, l’osservanza del loro culto è il modo in cui ho scelto di salutare il nuovo anno.
Forse dovrei parlare di Necrophagist al singolare, visto che, per gran parte del tempo, soprattutto agli esordi, si è trattato di un progetto quasi solista, una sorta di one-man band cui gli altri accedevano e da cui uscivano come da una porta girevole; ma farlo non renderebbe giustizia alla classe di chi ha avuto quel privilegio.
Mi perdonerete l’enfasi narrativa: è spontanea e reverenziale, perché i Necrophagist sono comparsi all’improvviso, sono esplosi come una stella, sconvolgendo la galassia metal, per poi svanire nel nulla, perdendo i contorni concreti della storia e sfumando in quelli incerti e aulici della leggenda.
Qui è dove si incontrano le influenze estreme e quelle classiche e neoclassiche di un ingegnere di Karlsruhe che, certo non dal nulla, ha plasmato un genere musicale destinato poi a dilagare in mille rivoli.
Qui, nel genio creativo e visionario di Muhammed Suiçmez, la violenza narrativa, metodologica e filosofica dei Death incontra e frantuma l’opera classica, la scompone e, attraverso un intrico apparentemente inestricabile di armonie, la ricompone talora in modo riconoscibile, talaltra appena percettibile, creando pixel e tessere di un Tetris in cui tutto finisce poi sorprendentemente per incastrarsi alla grande, prima nel singolo episodio e poi nell’opera completa.
Nasce così, in maniera definita, codificata e compiuta, il death metal tecnico: non come semplice espressione di qualità stilistiche pure, indiscutibili e tali da rendere un certo death metal riconoscibile tra mille (ogni riferimento alla leggenda di Chuck Schuldiner è puramente voluto), ma con la dignità di un sottogenere dotato di anima, cuore e gambe autonomi. E non parlo del già ampiamente osannato Epitaph (2004), bensì dell’esordio in formato LP, molto meno celebrato, Onset Of Putrefaction (1999).
Parlare di un disco di fine secolo scorso significa evocarlo dalla sua collocazione storica, dai tempi del millennium bug, dell’euro ancora in forma di esperimento sociale, dei computer con monitor pesanti come televisori, dei telefonini con le antenne estraibili e del dramma del sommergibile Kursk, e collocarlo in un contesto come quello attuale, in cui la realtà virtuale interseca la vita reale fino a sovrapporsi ad essa.
E significa, consentitemi di dirlo da subito, rimanere a bocca aperta nello scoprire quanto sembri più attuale nel 2026 che all’epoca della pubblicazione, per qualità della produzione, velocità di esecuzione e metodica compositiva.
Onset Of Putrefaction è l’emblema dell’album seminale: un lavoro eccelso ma rimasto nascosto nel sottobosco del genere fino a quando Epitaph non generò la leggenda, inducendo i fan alla ricerca del big bang.
Ed eccolo, il momento della creazione (so che sarò contestato per questo, ma non importa): le tavole della legge vengono tradotte in un sistema binario, poi decodificate in modo originale e trasformate in un linguaggio nuovo senza perdere in alcun modo la vitalità della loro anima analogica.
Onset Of Putrefaction è un concept in cui ogni brano è ispirato alla decomposizione, e il richiamo ai maestri Carcass nelle tematiche, così come ai Death in certe scelte armoniche, è fortemente suggestivo ma mai invadente, perché da subito appare criptato e rielaborato attraverso la squisita verve tecnica e artistica di Muhammed.
I riff sono ciascuno un elaborato tematico che si interseca con cambi e controtempi, creando un tappeto sonoro multidimensionale, cangiante e sempre sorprendente. Si narra che, in principio, tutto sia stato elaborato attraverso il contributo di una drum machine, ma non c’è freddezza in questo prezioso manufatto. I prodotti di questo crogiolo di influssi e riletture, di sangue e algoritmi, sono otto episodi ricchi di sfumature ma al contempo tremendamente organici, da gustare uno dietro l’altro.
Con le folli armonie e i riff classicheggianti di Foul Body Autopsy si intraprende un viaggio che definisce letteralmente i punti cardinali del genere: da To Breathe In A Casket, che considero il primo brano compiutamente tech-death, soprattutto nel riffing, con una struttura che lo rende imprevedibile, passando per le follie cromatiche di Mutilate The Stillborn o, soprattutto, Intestinal Incubation, si delinea man mano, dipanandosi, la matassa, e già si ha la sensazione che il nuovo fenomeno abbia una struttura precisa, dove ogni riff è un racconto e dove le tessere del puzzle hanno forme cangianti, ma la figura complessiva emerge più nitida che mai.
Di qui in poi è mera goduria: Culinary Hyperversity ha un riffing portante orgasmico e contiene un assolo da annali, ed è meraviglioso sentir emergere qua e là melodie classiche tra gli esperimenti quantici di Muhammed, emulsionate, scomposte e arrangiate con la ferocia sincopata della sua visione death. Provate, in questo senso, con l’assolo di Advanced Corpse Tumor, o ancor più con la visionaria, meravigliosa Fermented Offal Discharge, oppure con il groove assurdo di Extreme Unction.
Le due tracce finali, estrapolate dalle precedenti demo, assolvono un compito preciso: mostrare il viaggio, la ricerca, come cioè una death band ad alti ottani e ricca di soluzioni tecniche giunga alla compiutezza di un approdo stilistico. Onset Of Putrefaction: ecco la Stele di Rosetta. Ecco a voi il tech-death metal. Andate e proliferate.
Poi, l’oblio: dei Necrophagist non v’è più traccia, salvo qualche intervista ai coprotagonisti. Si narra che Muhammed abbia una vita normale, faccia l’ingegnere e, sorridendo, finga di ignorare che ci siano tanti adepti che sognano il suo ritorno. E io sono tra questi.
Tracklist:
1. Foul Body Autopsy 2. To Breathe In A Casket 3. Mutilate The Stillborn 4. Intestinal Incubation 5. Culinary Hyperversity 6. Advanced Corpse Tumor 7. Extreme Unction 8. Fermented Offal Discharge
Bonus tracks:
9. Dismembered Self-Immolation 10. Pseudopathological Vicisection
Lineup:
Muhammed Suicmez – voce, chitarra
Stefan Fimmers – basso
Christian Muenzner – chitarra
Hannes Grossman – batteria

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