Pantera: recensione di Cowboys From Hell

Recensione a cura di Andrea Musumeci

24 luglio 1990. I Pantera pubblicano Cowboys from Hell, il quinto in studio, l’album della svolta thrash metal per la band texana.

E pensare che i texani Pantera, a metà anni ’80, erano partiti come potenziale glam street band: look fashion e laccato, sembravano la brutta copia dei Mötley Crüe. Si può dire, serenamente, che i fratelli Abbott, Phil Anselmo e Rex Brown le abbiano provate proprio tutte per arrivare al successo.

Il thrash metal, così come tutta la musica metal degli anni ’80, aveva esaurito le sue forze, si stava chiudendo un ciclo: dal 1986 al 1990 aveva dato davvero tanto, aveva raggiunto il suo picco massimo di notorietà, fino ad esaurire l’ispirazione e alla fine saturarsi. La moda grunge, invece, sarebbe esplosa solamente un anno dopo, nonostante godesse già di una certa popolarità tra le mura amiche di Seattle.

Nel frattempo, l’heavy metal classico proponeva le ultime fatiche di band leggendarie come Judas Priest, Iron Maiden e Dio, e l’hard rock/glam rock esalava gli ultimi respiri grazie a gruppi storici come AC/DC, Poison, Cinderella, Scorpions e Warrant.

I Megadeth realizzavano il loro capolavoro Rust in Piece, gli Exodus mandavano alle stampe l’album Impact is Imminent, mentre gli Slayer si tenevano a galla con le sonorità doom di Seasons in the Abyss e gli Anthrax con l’opera oscura di Persistence of Time.

Nel frattempo, i Metallica e Bob Rock stavano preparando il colpo di stato al genere thrash, ossia il famoso e famigerato Black Album: lavoro discografico che detterà nuove coordinate e nuovi orizzonti commerciali al genere metal.

Nel 1990 i Pantera decisero di cambiare registro e quindi di imboccare la strada del thrash metal, anche se la consacrazione internazionale, come band groove metal, arriverà solamente due anni più tardi con la pubblicazione di Vulgar Display of Power, quando raggiungeranno, una volta per tutte, una loro identità, definita e riconoscibile.

Cowboys from Hell, a mio modesto vedere, risentiva ancora troppo delle influenze dei grandi gruppi metal degli anni ’80: ad esempio, Heresy si accostava parecchio alla linea ritmica di Battery dei Metallica e Clash With Reality a Blackened (sempre dei Metallica), Shattered sembrava indossare la stessa pelle dei Judas Priest, Primal Concrete Sludge portava con sé il marchio Anthrax, mentre il main riff di Domination, forte di certi retaggi hardcore punk, era praticamente identico a quello di Helpless dei Diamond Head.

Cemetery Gates rappresentava la classica power ballad anni ’80, con arpeggi melodici e un crescendo emotivo che finiva per esplodere in tutta la sua potenza nel ritornello. Merita una menzione a parte l’intro di basso nel brano The Art of Shredding: a dir poco spettacolare.

I Pantera, dunque, furono una ventata di freschezza nel panorama metal di quel periodo storico: insieme ai Sepultura, i Pantera furono l’esercito della resistenza del genere thrash metal, quello più duro e feroce.

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