Phomea: recensione di Me And My Army

Phomea

Me And My Army

Beautiful Losers, Beng! Dischi, Beta Produzioni

11 novembre 2022

genere: folk cantautorale, folk irish, dream folk, elettronica, acid jazz

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Recensione a cura di Andrea Musumeci

A distanza di tre anni dalla pubblicazione del primo album Annie e con alle spalle un’intensa attività live che lo ha visto aprire, fra gli altri, per Beach House e Marco Parente, il polistrumentista toscano Fabio Pocci in arte Phomea (già membro di S.U.S. e Sparflatz) manda alle stampe il suo secondo lavoro discografico intitolato Me And My Army, edito per Beautiful Losers, Beng! Dischi e Beta Produzioni.

Un nuovo step autorale frutto anche delle riflessioni pandemiche che per un po’, a causa di quelle condizioni di isolamento forzato, sono servite quantomeno a rallentare i ritmi compulsivi della contemporaneità, a meditare sulle nostre fragilità individuali proiettate all’interno di un mondo bipolare in cui reale e virtuale si fondono in un ossimoro fuori controllo, di una società sempre più irriconoscibile sotto l’aspetto etico: “a crazy breed”, come direbbe Eddie Vedder.

Così, Fabio Pocci aka Phomea, attraverso una tracklist distillata in dodici tracce dal taglio umbratile (alla cui stesura hanno partecipato ben venti musicisti, tra cui Alessandro Fiori e Flavio Ferri), riesce a coniugare arte visuale e musica, rassegnazione e speranza, e a schierare quella che di fatto è la sua armata emozionale, il suo esercito della resistenza.

“Non vogliamo essere diversi. Siamo diversi”, spiega Fabio. “Siamo tutti in qualche modo sbagliati ed è proprio questo che alla fine ci rende simili. Questa è una guerra, l’ennesima contro noi stessi, e questa è la mia armata.”

L’obiettivo (utopico) è quello di difendersi dal più ostile dei nostri nemici, ovvero noi stessi. Un modo per comprendere e ricordarci che, al di là della retorica e di facili slogan di facciata, è necessario restare umani, che è arrivato il momento di focalizzarsi sul qui e ora, su ciò che abbiamo perduto per strada, sia volontariamente sia inconsapevolmente, nel tentativo di recuperare quella sensibilità che non potrà mai essere replicata da un qualsiasi algoritmo di una qualsiasi intelligenza artificiale.

Quello di Phomea è un cuore ancora vivo e pulsante, che unisce, cuce e rimanda a sentimenti autentici, a ricostruire alternative agli automatismi che hanno omologato le nostre attività e contributo alla meccanizzazione dei nostri rapporti interpersonali, evidenziando le profonde delusioni dell’uomo ordinario – vittima e carnefice delle proprie azioni, lama e ferita del proprio mondo – con tutti i suoi drammi interiori, le sconfitte, i rimpianti, i fantasmi del passato (“past comes crawling so tough as a tide”), le risalite, la gabbia delle scadenze, le frustrazioni malcelate dietro patetici avatar digitali e il peso di quel destino (la morte) che da sempre accomuna e rigenera la specie umana.

Me And My Army è un disco introspettivo, intimo, esortativo e motivazionale, descritto dallo stesso autore come “un viaggio ai confini dell’umano”. Se da un lato le canzoni affondano le radici nei solchi di quel combat folk a tinte irish di sponda Dubliners e The Pogues (Take Control, Run), dall’altro si lascia contagiare da quella raffinata malinconia che fu dei The Smiths di How Soon Is Now (Me And My Army), per poi rifugiarsi nelle calde tonalità acustiche di un folk intimo e bucolico alla Bon Iver e Glen Hansard (The Swarm, Dark, Look At You).

Un climax di espansioni atmosferiche e cromatiche che Phomea disegna con tratto gentile e passionale, quando con la serenità di paesaggi sognanti quando con l’agrodolce disillusione di sequenze terrene, deviando ogni tanto da quel sentiero umorale per sperimentare dissonanze weird-jazz (J.B.) e scrollarsi di dosso certi brividi epidermici rievocando quell’alt-rock elettrificato e corale dei R.E.M. (What About Us).

Lo sviluppo tecnologico ha progressivamente rotto quel confine culturale che marcava la differenza tra uomo e macchine. Così, la realtà si è trasformata in virtuale, nel paradosso di luoghi fittizi creati dalla mente umana, tra cornici digitali, interfacce grafiche e l’ingenua illusione di sentirsi veramente liberi (“you can be what you want”), quando l’unica via per sentirsi quantomeno se stessi è guardare alla caducità della vita e considerare i propri limiti come un’opportunità da cui ripartire.

Già Ozzy Osbourne, in Diary Of A Madman, aveva toccato il tema della sanità mentale e della depressione, chiedendo esplicitamente di essere salvato dal suo alter ego riflesso nello specchio, da quel nemico che viveva nella sua anima e manipolava, ogni giorno, le pagine della sua vita. A distanza di quarant’anni il principio è rimasto invariato: al posto dello specchio troviamo gli schermi dei nostri dispositivi tecnologici, mentre gli esseri umani vengono sollecitati e manipolati da algoritmi generati a loro volta da altri algoritmi, cosicché al senso comune sfugge ogni connessione con l’umano.

Me And My Army – tra aperture melodiche e ipnotiche spirali ritmiche – si chiude con la citazione lennoniana “war is over”, immaginando la fine di tutto, tra le macerie fisiche ed emotive di un futuro distopico che lascia in eredità soltanto amarezza, dolore, cenere e fiamme. La rappresentazione di un’armata che sottolinea quanto siano indifese le nostre individualità senza lo sguardo di chi ha ben chiaro come l’amore vada accompagnato tanto all’affetto quanto all’impegno.

A volte si avverte l’esigenza di isolarsi dalla follia della massa, tenendo un accendino in una mano e un libro nell’altra, nient’altro. Come una balena o un elefante che si allontanano dalla folla, dalle logiche alienanti del consenso mediatico, come se esistesse un luogo dove la gente felice si rifugia per piangere.

facebook/phomea

Testi e musica di Fabio Pocci aka Phomea

Testi di Unplease Me e What About Us di Michele Mingrone

Credits: Alessandro Fiori, Alessandro Lucarini, Alessio Chiappelli, Amedeo Mazzoni, Andrea Liuzza, Cristiano Sacchi, Demetrio Scelta, Duccio Stefanelli, John Borno, Federico Perticone, Flavio Ferri, Filippo Betti, Francesca Ulivi, Lorenzo Maffucci, Lorenzo Pinto, Matteo Giomi, Michele Mingrone, Mirco Maddaleno, Stefano Venturini, Serena Chiofalo, Giada Buralli

Tracklist:

1. Take Control

2. Me And My Army

3. Unplease Me

4. Lover

5. Ruins Of Gold

6. J.B.

7. What About Us

8. Run (feat. Are You Real?)

9. The Swarm (feat. Flavio Ferri)

10. Perfect Stone

11. Dark (feat. Alessandro Fiori)

12. Look At You

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