Sepultura: recensione di Roots

Sepultura

Roots

Roadrunner Records

20 febbraio 1996

genere: tribal, alternative metal, crossover

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Recensione a cura di Marco Calvarese

20 febbraio 1996. I Sepultura pubblicano, via Roadrunner Records, il loro sesto album intitolato Roots. Secondo gran parte della critica della scena metal mondiale, questo disco fu spartiacque tra il vecchio metal e un nuovo modo di concepire suonare e scrivere heavy metal.

Comunque la pensiate, qualunque sia il filone del rock duro con il quale siete cresciuti, è innegabile che Roots, sesta fatica in studio dei Sepultura, abbia rappresentato l’archetipo dell’album seminale, un pezzo di storia, un evento spartiacque, non solo (purtroppo) per le sorti della band, ma per tutto il filone estremo del genere metal. Ecco perché, a distanza di un quarto di secolo dalla sua uscita, non possiamo non spendere due parole sulla sua genesi e sul suo valore.

Pubblicato in tutto il mondo tra febbraio e marzo del 1996, Roots nacque dalla mente insana e geniale di un Max Cavalera, all’epoca, davvero in trance creativa. La leggenda narra che l’impatto di quel viaggio nella foresta amazzonica, e l’incontro con la tribù degli Xavante, fu segnante sull’immaginario, sulla filosofia e perfino sul modo di intendere la musica per tutti i membri di band e staff. Il modo onirico, quasi liturgico, con cui quella popolazione concepiva la musica, tra ritmi ossessivi e strumentazioni primitive dal suono così lisergico ed evocativo, permeò l’animo del gruppo, tanto che (sempre secondo i racconti dell’epoca) i Sepultura tornarono in studio con una mole di registrazioni tale che ci vollero mesi di lavoro per selezionare e mixare con cura suoni e atmosfere, con l’intenzione di fondere le rispettive culture, solo apparentemente distanti, e restituire appieno quello spirito all’interno dei brani che avrebbero composto l’album.

Queste premesse erano solo in parte note ai metallari dell’epoca, reduci da anni di cambiamenti, contraddizioni, e infine messi all’angolo dallo tsunami sollevatosi da Seattle. Induriti nell’orgoglio e resi, se possibile, anche più fieri e ortodossi di prima, i fan del metal si erano aggrappati a quelle band che riuscirono a mantenere una loro identità, evitando di sfornare album fotocopia e, di conseguenza, divenire anacronistiche, trasmettendo nuova linfa al genere. Sepolto (fortunatamente, solo per poco) il filone melodico sotto una coltre di dissonanze grunge, lo sguardo era rivolto all’evoluzione del thrash e ai suoi nomi di punta quali Pantera, Machine Head e Sepultura. Erano questi gli uomini della provvidenza, mentre altri rimasero vincolati ai fasti del recente passato, impreparati o reticenti a cedere alle sirene del crossover e del nu metal.

Pertanto, all’alba di quel giorno di febbraio, dopo due incredibili opere come Arise e Chaos AD, i metal heads si divisero in due categorie: chi all’apertura dei negozi di dischi era già lì col sacco a pelo e chi mentiva. L’hype intorno a questa release era pazzesca, la curiosità per le altre attesissime uscite di quel clamoroso anno canoro (Helloween, Metallica, ecc.) era lontana anni luce da quella che precedette Roots. Le aspettative alle stelle e, infine, l’impatto sulla psiche di ciascuno di noi fu dirompente. Non interesserà a nessuno, ma mi piace raccontare il mio personale aneddoto: ancora oggi ricordo la recensione che lessi sulla rivista specializzata a cui ero abbonato, naturalmente affidata al direttore, il quale, quasi scusandosi per la critica irriverente, non credeva che i Sepultura potessero essere ascoltati “anche da un rastaman danzante intorno a un falò con una canna in mano”.

Ricordo, poi, la mia malcelata delusione al primo ascolto: con la mia band, coverizzavo Territory un giorno si e l’altro pure, ciononostante non ero pronto ad un cambio di rotta così radicale, ma al contempo ricordo l’orgoglio di vedere il video di Roots nelle trasmissioni da hit parade. La cosa più difficile nel recensire un album ascoltato forse cento volte in 25 anni è, ancora adesso, quella di dargli una definizione di genere: tribal alternative metal è una non-definizione del tutto personale, rozza e riduttiva, che ciascuno di voi potrà rivedere o contestare. Come potrei biasimarvi?

Penso al noise puro di tutti gli assoli, a partire dalla devastante e memorabile opening track, ma anche dall’indefinibile Breed Apart; alle innegabili influenze doom-stoner di Attitude e della successiva Cut-Throat, così come in Lookaway o Endangered Species; al rap violento, reso ancor più cattivo dallo slang delle favelas, di Ratamahatta, che fa capolino anche nella parte vocale di altri brani; all’hardcore di Spit, Dusted e Dictatorshit. E chi più ne ha…  Ma il filo rosso che attraversa e lega tra loro tutti i brani (o quasi) è un ritmo sistematicamente dettato dagli strumenti etnici, una melodia ipnotica che riprende quella dei canti e delle percussioni indigene, per poi irrobustirsi con le distorsioni estreme scelte dai Sepultura.

Roots ha un suono tribale, ancestrale, che si contamina con una timbrica metal, non viceversa, fino all’apogeo rappresentato dall’ultima mezz’ora del disco (da Jasco in poi, in cui gli Xavante la fanno da padroni), che culmina e si sublima nella lunga chiusura di Canyon Jam, una suggestiva jam percussoria tribale interamente immersa nei suoni della foresta. Nulla delle registrazioni fatte in Amazzonia andò perduto: i Sepultura impressero una vera rivoluzione concettuale al proprio sound e al proprio futuro, abbracciando per intero la causa amazzonica e facendone un concept non solo tematico ma anche sonoro, senza curarsi dei confini di genere, delle mode e delle reazioni, senza cavalcare nessuna onda, se non quella voglia di “sporcarsi le mani” che ha attraversato gli anni successivi al boom del metal.

Ma non è tutto. Per la stesura di Roots, i Sepultura si sono avvalsi di diverse collaborazioni: da Dj Lethal al fondamentale Carlitos Brown (che ha recitato un ruolo decisivo anche nel mixaggio e negli arrangiamenti), da Mike Patton a Jonathan Davis (che successivamente avrà molto da ridire su Roots), fino al guru Ross Robinson. Artisti che hanno arricchito i loro strumenti tradizionali, armonizzandoli (grazie a un lavoro di mix e produzione enciclopedico); hanno assorbito le melodie Xavante, ricalcato delicatamente i loro ritmi, trasformando la loro ipnotica e primitiva ossessività in un punto di forza, irrobustendola con massicce distorsioni e generose dosi di rumore. Se da un lato i Sepultura si erano totalmente distaccati dalla matrice death d’un tempo, dall’altro avevano modificato l’idea di thrash metal in musica tribale riveduta e corretta, accompagnata da distorsioni di chitarra più pesanti ed estreme, tarate sui bassi, compresse e portate a una dimensione completamente nuova (usando sitar, chitarre a otto e nove corde, insomma allargando lo spettro dello scibile sonoro a corde).

Roots ha deliziato parzialmente il palato di chi anelava l’ennesimo capolavoro, visto il peso dei due album precedenti: non aveva il medesimo impatto, devastante e immediato, ma invogliava sicuramente a un secondo e terzo ascolto. Probabilmente, certi giudizi affrettati e istintivi andrebbero stemperati nella grandezza qualitativa e nella portata, appunto, rivoluzionaria di quest’opera. Le critiche dei fan e di parte della stampa specializzata meriterebbero un ripensamento alla luce dei tempi, così mutati, e alla traiettoria che il genere metal ha percorso in questi ultimi 25 anni. Forse, Roots è più attuale oggi che allora. Ecco l’invito, più che alla celebrazione nostalgica, al riascolto sotto una differente prospettiva. Io l’ho fatto. Funziona.

Titletrack:

Roots Bloody Roots; Attitude; Cut-Throat; Ratamahatta; Breed Apart; Straighthate; Spit; Lookaway; Dusted; Born Stubborn; Jasco; Itsári; Ambush; Endangered Species; Dictatorshit; Canyon Jam

Formazione:

Max Cavalera – voce, chitarra, percussioni, berimbau; Andreas Kisser – chitarra, percussioni; Paulo Jr. – basso, percussioni; Igor Cavalera – batteria, percussioni

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