Shame: recensione di Drunk Tank Pink

Shame

Drunk Tank Pink

Dead Oceans

15 gennaio 2021

genere: post-punk, new wave, progressive punk, hardcore punk, garage

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Recensione a cura di Andrea Musumeci

È ormai diventata virale la variante post punk degli Shame: una pennellata di rosa sulla sociopatia della contemporaneità, che parte dalle stanze immaginarie della band anglosassone, tra silenzio e rumore emotivo, per dare voce allo stato di alienazione dei tempi moderni.

La rinascita del post-punk, nel suo restyling pop, è ormai materia nota ad ogni latitudine: Fontaines DC, Idles, Sleaford Mods e Shame rappresentano, oggigiorno, la massima espressione dell’underground d’oltremanica post brexit; il volto che ha contribuito a diffondere il verbo critico, ibrido, bulimico e culturale di quelle sonorità che hanno contraddistinto “l’onda lunga del post-punk”, per dirla alla Simon Reynolds.

Il secondo album, per ogni artista che si rispetti, rappresenta a tutti gli effetti quello della conferma, la vera prova del nove, e di conseguenza quella più difficile da affrontare. Così, A tre anni di distanza dall’esordio con Songs Of Praise, la formazione originaria di South London manda alle stampe il sequel Drunk Tank Pink, edito il 15 gennaio per Dead Oceans, prodotto da James Ford (lo stesso di Arctic Monkeys, Foals, Florence and The Machine), registrato a Parigi ai La Frette Studios ed anticipato dall’uscita dei singoli Nigel Hitter, Water In The Well, Snow Day, Born In Luton e Alphabet.

Il quintetto britannico, temprato da un estenuante tour in terra statunitense di supporto ai Protomartyr e partendo proprio dal solco compositivo tracciato con Songs Of Praise, disegna nuove traiettorie sonore, dimostrando di resistere alle pressioni del pubblico più esigente e di respingere il pregiudizio dei più scettici, e manifestando una notevole maturazione dal punto di vista musicale, della scrittura e dell’ispirazione.

Undici tracce inedite (la maggior parte concepite pre pandemia) con le quali gli Shame evolvono dal contesto primordiale da pub rock band, ma senza disconoscere le proprie radici, per intraprendere una direzione più eterogenea, imprevedibile e meno rudimentale rispetto al registro compositivo di Songs Of Praise: una svolta creativa che si apre con maggiore fiducia, personalità ed esperienza a melodie più cool, con quello che loro stessi hanno definito “a new beginning”, regalando differenti stati di tensione e riflessione ed incarnando lo spirito anticonformista/intellettualoide racchiuso nel celebre verso della poetessa Edna St.Vincent Millay.

Ne viene fuori, pertanto, un’opera frenetica e ancor più introspettiva, irrequieta e versatile nelle sue dinamiche esecutive, scevra da ogni sorta di politicizzazione, che si cala nella routine tossica di tutti i giorni e medita a luci soffuse sulla sofferenza umana e sull’importanza del distaccarsi dalla realtà e, al tempo stesso, del non poter fare a meno di essa.

Il nucleo tematico di Drunk Tank Pink ruota attorno alla simbologia del colore rosa, ovvero quella del risveglio, della rifioritura e della trasformazione. A tal proposito, alla fine degli anni Settanta, da un brillante studio sulle reazioni della mente umana, un gruppo di psicologi scoprì che in cromoterapia il colore rosa ha un effetto positivo sulla psiche: se lo fissi per pochi minuti, è scientificamente provato che la carica aggressiva tende a indebolirsi notevolmente, alleviando sentimenti come rabbia, rancore e scoraggiamento.

Effetti collaterali analizzati anche dallo scrittore Adam Alter in una delle sue recenti pubblicazioni: in sintesi, Adam Alter spiega come interpretare il processo di quelle forze nascoste (tra cui, giustappunto, la scelta dei colori) che risiedono nel mondo del marketing e che influenzano, modellano ed alterano ogni nostro pensiero.

Da questo rinnovato mood concettuale ed emozionale si materializza la seconda fatica artistica degli Shame. Proveniente dalle zone grigie post-industriali della classe operaia e della piccola borghesia dei boroughs inglesi, Drunk Tank Pink mescola e alterna momenti di calma apparente ed ira funesta, tra cantilene morfinose e sproloqui deliranti, costituendosi quale veicolo mediatico, a metà tra l’intellettuale ed il goliardico, di una visione di insieme instabile, paranoica e precaria, ma al tempo stesso lucida e crudele.

Gli Shame, focalizzati sulla crisi identitaria dell’individuo, sempre più collassato all’interno delle sovrastrutture etiche di una società avvertita come lontana ed opprimente, che elogia conformismo, perbenismo e mediocrità, mettono in evidenza un’intelaiatura sonora più accessibile, masticabile e predisposta non solo all’operazione amarcord post-punk albionica, ma anche ad una massiccia contaminazione filo-americana.

Lo spartito meticcio di Drunk Tank Pink attinge a piene mani dal garage degli anni ’60 e dal sound antologico e retrò-eclettico dei Fall di Mark E. Smith, dei The Sound del periodo Jeopardy e dei Talking Heads, spaziando dalle bordate viscerali ed heavy dell’hardcore newyorkese alle scariche elettroconvulsive degli Arctic Monkeys, dallo stile lo-fi indolente dei The Strokes ai torridi groove dei Morphine, dall’agilità punk-funk singhiozzante dei Gang Of Four all’istinto animalesco di Iggy Pop, dalle scosse adrenaliniche dei Beastie Boys di Sabotage al percussivismo tribale e marziale dei Killing Joke, dagli echi ipnotici degli Wire alle schitarrate taglienti dei Television.

Passando per lo sperimentalismo elettronico ed austero dei Devo, il pentagramma degli Shame riempie le sue linee con arpeggi malati, raffiche di chitarre dissonanti, distorte, corrosive e ruvide, melodie di basso grevi, sincopate, piroettanti, dense, rotonde e ossessive alla Peter Hook ed il timbro baritonale, impertinente ed ipnotico da crooner navigato di Charlie Steen, che se da un lato trasuda una sensibilità sciamanica da antidepressivi, dall’altro lancia fiamme abbaiando scream liberatori innaffiati d’alcool.

È dunque questa la formula adottata dagli Shame per tenere sotto controllo il reflusso gastrico del presente e per rendere più digeribili le tonnellate di spazzatura mediatica con cui i mezzi d’informazione ci ingozzano quotidianamente, nemmeno fossimo enormi anatre da fois gras.

Seguendo le multiformi trame espressive di Drunk Tank Pink, ridipingere e stuccare i muri di rosa è l’unica forma di catarsi che abbiamo per mascherare le profonde crepe della modernità e sedare la foga dei nostri impulsi caratteriali, affidando quei pochi frammenti di fede residua al potere salvifico dei nostri sogni: “quando la musica si ferma, ti resta il silenzio”, come dichiarato dal frontman Charlie Steen.

E allora non resta che concedersi un’altra passeggiata all’ombra dei suoni e delle luci, per ammirare quella che è la stella più brillante di tutto il firmamento post-punk, ma senza farci fottere dalla nostalgia.

Membri della band:

Charlie Forbes

Eddie Green

Josh Finerty

Sean Coyle-Smith

Charlie Steen

Tracklist:

1. Alphabet

2. Nigel Hitter

3. Born In Luton

4. March Day

5. Water In The Well

6. Snow Day

7. Human, For A Minute

8. Great Dog

9. 6/1

10. Harsh Degrees

11. Station Wagon

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