White Lies: recensione di As I Try Not To Fall Apart

White Lies

As I Try Not To Fall Apart

Pias

18 febbraio 2022

genere: new romantics, synth rock

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Recensione a cura di Andrea Musumeci

A distanza di tre anni dal precedente Five e a tredici dall’esordio con To Lose My Life or To Lose My Love, la band synth rock britannica White Lies manda alle stampe il suo sesto lavoro in studio intitolato As I Try Not To Fall Apart, edito per l’etichetta Pias e anticipato dall’uscita del videoclip di I Don’t Want To Go To Mars.

Già attivo in passato con il nome di Fear of Flying, il terzetto londinese, composto da Harry McVeigh (voce, chitarra ritmica e tastiere), Charles Cave (basso, cori e autore dei testi) e Jack Lawrence-Brown (batteria), continua a muoversi su coordinate stilistiche pressoché invariate, assecondando quelle melodie suggestive, umorali e sfuggenti che ne hanno contraddistinto il trademark wave revival, con maggiore consapevolezza, maturità e misurata malinconia, reinventandosi a modo suo, ma senza la necessità di snaturarsi.

Un lavoro quasi di rinascita da parte dei White Lies, che porta con sé lo sforzo di ricontestualizzare e raddrizzare certe curvature della crescita, accarezzando la disillusione dei nostri giorni e rievocando, con una discreta eleganza dandy, le nostalgiche intrusioni di un’epoca che, di fatto, non c’è più.

Anche i White Lies, così come Mogwai e Arab Strap nelle loro ultime produzioni, si affidano all’avverbio “as” per esprimere contemporaneità e intensità d’azione, oltre a introdurre, già nel titolo, quello che poi sarà il concept emozionale della release. La sfera testuale di As I Try Not To Fall Apart trova il suo tema centrale nell’aumento esponenziale delle complessità della vita, focalizzandosi sui conflittuali crocevia delle scelte esistenziali e sulla presa di coscienza di quelle che sono le insanabili debolezze dell’essere umano, quale metafora sull’esistenza quotidiana concepita come un microrganismo suddiviso in livelli concentrici, come se pensassimo a una cipolla dai mille strati.

Le dieci tracce di As I Try Not To Fall Apart puntano a delineare un ritratto aggiornato, decadente e agrodolce di quel confronto generazionale che trascina con sé le stigmate del fallimento, all’interno di una società iperconnessa che ha progressivamente smarrito il concetto di identità nelle vertiginose e impersonali dinamiche delle connessioni tecnologiche, oggigiorno sempre più vincolanti e imprescindibili.

Una moltitudine di individui hi-tech che dissimula socialità interattiva, ma che alla fine si ritrova nelle proprie stanze a fare i conti con la solitudine e il precario equilibrio mentale, cercando di non crollare e di accettare, con più leggerezza e umana rassegnazione, le proprie vulnerabilità, convincendosi che non c’è alcun bisogno di mostrarsi per forza perfetti, e che in fondo non esiste alcuna cura per tutto questo.

Dal punto di vista della composizione strumentale, i White Lies abbracciano (nuovamente) l’estetica new romantics e le pompose sonorità synth pop degli anni Ottanta, attingendo dalla fusione di elementi complementari e aderenti al mondo del rock e dell’elettronica: si va dalle pulsazioni cardiache e incalzanti di estrazione synth-wave (Breathe, Ragworm) agli echi ovattati di quella raffinata new wave a tinte noir dei Roxy Music, dalle reminescenze del Bowie berlinese ai luccicanti riverberi pinkfloydiani, passando per quei contagiosi giri di basso disco funk (Step Outside), che rimandano all’impronta pop dei Genesis di Phil Collins.

Il tutto guidato attraverso la vocalità baritonale del frontman Harry McVeigh, che fa da collante immaginifico tra i diversi episodi dell’opera, anche quando il piano sonoro sembra deviare registro verso le inclinazioni catchy dei The Strokes e del Billie Idol anni ’80 (There Is No Cure For It), concedendosi più di qualche ammiccamento al dancefloor radiofonico di matrice anglofona (Am I Really Going To Die, As I Try Not To Fall Apart, Blue Drift) e sfiorando certe influenze elettrificate dell’alternative rock (Roll December).

Escludendo i 10 secondi di intro che omaggiano chiaramente i Kraftwerk di Showroom Dummies, con la hit I Don’t Want Yo Go Mars i White Lies esibiscono un impianto musicale che non si discosta dal manierismo dei loro coevi Editors, Franz Ferdinand e The Killers. Il testo della canzone è una grande metafora, che in buona sostanza cattura i pericoli della tecnologia e rimprovera i deliri di onnipotenza di quei potenti della Terra che vorrebbero colonizzare il futuro con il turismo spaziale, a bordo di una Tesla ibrida, e fare il lavaggio del cervello agli esseri umani, per poi trasformarli in topi da laboratorio, fino a cancellare la storia della nostra cultura, della nostra evoluzione.

Come T.D. Lemon detto Novecento (nel film La Leggenda del Pianista Sull’Oceano) manifestò il desiderio di scendere da quella nave per osservare l’oceano da un’altra prospettiva, per poterne ascoltarne la voce, così i White Lies, con As I Try Not To Fall Apart, provando a sporgersi oltre lo scudo protettivo della nostalgia e le cornici di riferimento delle nostre prospettive, hanno voluto rivivere quelle atmosfere, ancora oggi, cristallizzate in quella maestosa bolla spazio temporale degli anni ’80: con lo stesso distacco emotivo, con la distanza che c’è tra mondo interiore e mondo esteriore, incastrando emozioni come in Tetris e vivendo il presente come passaggio obbligato per raggiungere nuovi traguardi e costruire scenari differenti, oppure seguendo quel desiderio conservativo atto a frenare l’euforia e l’entusiasmo di certi slanci sognanti.

facebook.com/WhiteLies

Membri della band:

Harry McVeigh: voce, chitarra ritmica, tastiere

Charles Cave: basso, cori, lyrics

Jack Lawrence-Brown: batteria

Tracklist:

1 Am I Really Going To Die
2 As I Try Not To Fall Apart
3 Breathe
4 I Don’t Want To Go To Mars
5 Step Outside
6 Roll December
7 Ragworm
8 Blue Drift
9 The End
10 There Is No Cure For It

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