Canzoni POP: musica per le masse

La natura della musica pop è quella di essere accessibile al grande pubblico attraverso qualsiasi mezzo di comunicazione di massa e possiede requisiti comuni come la breve durata (tranne alcune eccezioni) delle canzoni, ricchezza armonica, ritornelli immediati, testi poco impegnati e votati all’intrattenimento, e la struttura classica composta da strofa-strofa-ritornello-strofa-strofa-ritornello. Meglio ancora se accompagnata da un ritmo funkeggiante, ballabile, di quelli che fanno sculettare e muovere la gambetta.

Una sorta di scienza esatta, un laboratorio di algoritmi, che conosce già in anticipo le sinapsi e i riflessi automatici del cervello umano durante la ricezione di stimoli sonori canonici e convenzionali. Quando un brano conquista le masse di ascoltatori non ha più senso distinguere tra rock, metal, reggaeton, elettronica, rap, trap o disco music. Avete mai provato a fare il vecchio giochino di suonare con la chitarra lo stesso giro di accordi e cantarci sopra diverse canzoni pop famose?

Michael Jackson, Sex Pistols, Queen, Vasco Rossi, Drake, Whitney Houston, U2, Prince, Rihanna, AC/DC, Elvis Presley, Abba, Pink Floyd, Take That, Robbie Williams, Van Halen, Guns N’ Roses, Eminem, Green Day, Ed Sheeran, Beatles, Europe, Madonna, Prince e Coldplay sono solo alcuni esempi di artisti appartenenti a generi musicali eterogenei ed epoche differenti, ma comunque catalogabili sotto l’etichetta comune del pop. Come in una gigantesca centrifuga dove tutto gira talmente veloce da non distinguere più forme e colori.

I Was Made For Loving You è una delle canzoni disco rock più pop che esista, eppure stiamo parlando dei Kiss. Immaginate questo brano dei Kiss cantato con le voci in falsetto dei fratelli Gibb. Non è poi così inverosimile.

Chi non conosce, ad esempio, With Or Without You degli U2, Heroes di David Bowie, We Are The Champions Dei Queen, Seven Nation Army dei White Stripes, Get Lucky dei Daft Punk, Hotel California degli Eagles, No Woman No Cry di Bob Marley, My Sharona dei Knack, Stayin’ Alive dei Bee Gees, Best Of You dei Foo Fighters, Sex Machine di James Brown, More Than Words degli Extreme, Lonely Boy dei Black Keys, Creep dei Radiohead, Zombie dei Cranberries, Enjoy The Silence dei Depeche Mode, Jump dei Van Halen, The Final Countdown degli Europe, Tainted Love dei Soft Cell, Stairway To Heaven dei Led Zeppelin, Smoke On The Water dei Deep Purple o November Rain dei Guns N’ Roses.

Potrei andare avanti all’infinito. Insomma, tutte canzoni con un motivetto, un intro o un riff che rimangono immediatamente impressi e, soprattutto, che piacciono a tutti. Ci sono brani talmente popolari che potremmo riconoscerli anche soltanto riproducendo con la voce il suono onomatopeico della batteria: tun tun tan, tun tun tan, tun tun tan. Avete indovinato che canzone è? Ovviamente, We Will Rock You dei Queen. Elementare Watson.

Converrete con me che non è affatto necessario essere dei capelloni metallari per apprezzare Nothing Else Matters dei Metallica, così come non è mandatorio far parte di una qualsiasi fanzine grunge per dimenarsi sulle note di Smells Like Teen Spirit dei Nirvana, né tantomeno essere degli idealisti della classe operaia per canticchiare Born In The U.S.A. di Bruce Springsteen.

Che poi, musica pop non è altro che l’abbreviazione del termine popolare, dall’inglese popular music, ed abbraccia qualsiasi genere e stile si presti alle caratteristiche elencate ad inizio articolo. Un tipo di musica che sia per tutti: “music for the masses”, riprendendo il titolo di un famoso album dei Depeche Mode.

“Sono solo canzonette”, diceva Edoardo Bennato, che rimangono in testa al primo ascolto, come se stessimo parlando di slogan pubblicitari usa e getta.

Molti definiscono la musica pop anche con il termine commerciale, accostandola di conseguenza alle fattezze di un prodotto destinato al commercio ed al consumo su larga scala. Aspetto che i volponi delle case discografiche avevano capito già ai tempi di Elvis e Chuck Berry, individuando negli adolescenti il segmento di mercato più influenzabile ed incline all’acquisto della musica in ogni suo formato.

Del resto, ancora oggi, la fascia adolescenziale rappresenta il target commerciale statisticamente più influente e più appetibile, a prescindere dal gusto o dall’orientamento musicale. Il capitalismo, per sua natura, deve nutrire il desiderio del consumatore con trovate di marketing efficaci, finalizzate a promuovere un qualsiasi prodotto commerciale.

Mettetevi l’anima in pace; è inutile che fate i bigotti, cercando di crescere le vostre piccole creature a suon di vecchia musica rock, pannolini e poppate. Quando saranno adolescenti, che vi piaccia o no, seguiranno la loro strada, i loro gusti musicali. Non è detto che ascolteranno musica di merda, ma nessuno sarà in grado di garantirvi il contrario. E sapete perché? Perché è giusto che i giovani ascoltino la musica del loro tempo. È una ruota.

Oltretutto, l’accessibilità della cultura pop, col tempo, è cresciuta di pari passo allo sviluppo della tecnologia ed è diventata sempre più accelerata, a partire dagli anni ’80. Non ci dimentichiamo di fattori determinanti che hanno caratterizzato quel meraviglioso ed effimero decennio: l’evoluzione delle arti grafiche, lo sviluppo della tecnologia, del giornalismo musicale specializzato e delle radio, la nascita di MTV e dei video musicali, l’avvento dei VHS e dei CD, e il nuovo boom economico, grazie al quale il mondo occidentale usciva dalla crisi economica di fine anni ’70. I famosi anni di piombo.

Pertanto, è pressoché impossibile argomentare della trasformazione della musica pop nei vari decenni senza contestualizzare la tematica dal punto di vista politico, economico e sociale. Sarebbe un tentativo inutile e superficiale; come considerare solamente la punta di un iceberg.

Aggiungiamo che non basta comporre musica radiofonica e motivetti ruffiani per auto-definirsi pop. L’etichetta pop è una diretta conseguenza del raggiungimento del gradino più alto dell’ingranaggio mainstream e del successo in termini di vendite, in formato fisico o liquido.

Certo, contestualmente, sarebbe interessante capire se tale processo di mercificazione di un genere musicale sia concepito a tavolino tra le parti attive nella produzione di una canzone, e quindi parleremo di dolo, oppure se il successo pop, immediato o a posteriori, sia dovuto ad una situazione involontaria nelle intenzioni e perciò dichiarabile innocente.

Alla fine, questa analisi ci porta a dire cosa? Che tutto ciò che è pop, omologato, o commerciale, di conseguenza assume una connotazione negativa? Oppure che una canzone pop è automaticamente un prodotto di bassa qualità? Assolutamente nulla di tutto questo. Altrimenti, per assurdo, dovremmo iscrivere al registro degli indagati pop anche la musica dei Beatles, dei Led Zeppelin e dei Rolling Stones.

Eppure, c’è ancora chi denigra e demonizza pubblicamente l’aspetto pop di alcuni artisti, l’essersi venduti al music business, spesso senza rendersi conto che, allo stesso tempo, sono pop anche quei gruppi che invece osannano e che, erroneamente, considerano per pochi. Per molti, cosiddetti intellettualoidi, la musica pop è più o meno merda.

Se pensate che la massa sia un insieme di individui poco intelligenti e che la musica pop si prefigga lo scopo di raggiungere proprio quel target di utenti, allora l’equazione è perfetta.

Uno dei più bersagliati sulle piattaforme social, ad esempio, è Vasco Rossi (nemmeno a dirlo), il quale si trascina dietro l’eterna faida tra fan e detrattori, e l’eterno ed inutile dilemma se sia rock oppure pop. Ma il punto è un altro: a prescindere da chi sia l’artista, la band o il genere tirato in causa in un dibattito, mi chiedo se funzioni davvero la strategia della denigrazione, portata avanti a mo’ di arte bellica.

È ancora di attualità la polemica sui cantanti trap, soprattutto da quando Sfera Ebbasta è finito addirittura sulla copertina cartacea di Rolling Stone Italia. Quindi mi domando: possibile che, invece, la tattica della denigrazione sia semplicemente comandata da un mero sentimento di paura? Un po’ come quando fischi un avversario durante una partita di calcio.

Sui social poi, la sottocultura pop e populista regna sovrana. Le frasi più ricorrenti sono: “Rispetto i gusti musicali di tutti ma…”, “Da quando fanno canzoni pop commerciali…”, “Prima facevano rock, ora fanno musica pop”. Eh già, qualche genio dell’etere è convinto che rock e pop siano due cose completamente inconciliabili.

In conclusione, dopotutto mi viene da chiedere: che male c’è nel voler vendere dischi a più gente possibile?

Qualcuno afferma che l’arte è di tutti. È se è davvero di tutti, allora non può che essere un’arte di tipo pop, in particolar modo nella società iperconnessa e multimediale contemporanea. Del resto, da sempre, l’arte imita la vita e mai il contrario, ed è riflesso del tempo e della società in cui si manifesta.

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