Collars: recensione di Tracoma

Collars

Tracoma

Karma Conspiracy Records

25 settembre 2020

genere: post-metal, post-hc, post-rock, instrumental, musica avantgarde, tribal noise, doom

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Recensione a cura di Andrea Musumeci

È uscito il 25 settembre, per Karma Conspiracy Records, Tracoma, disco d’esordio del quartetto bolognese Collars, collettivo nato dalla collaborazione tra Enrico Baraldi e Davide Gherardi degli Ornaments e Michele Malaguti ed Alberto Balboni dei Nasdat.

L’artwork, il nome della band ed il titolo dell’album rappresentano un’anticipazione di quello che sarà lo sviluppo concettuale ed emotivo all’interno delle sei tracce che ne compongono la materia compositiva, interamente strumentale e riconducibile a quella narrativa scolpita su modelli del passato quali Cult Of Luna, Ufomammut e Fudge Tunnel.

Come nella Baghdad degli anni ’60, infettata dal tracoma (malattia infettiva e contagiosa che affligge gli occhi), anche la contemporaneità sembra essere posseduta da un male inarrestabile, capillare, invasivo, distruttore e indistruttibile, che ci sta trascinando verso uno stato di cecità permanente.

Uno scatto che parla da solo, che va a scovare e trova soprattutto delle storie, senza bisogno di parole, al di là dell’ambito naturale raffigurato in copertina e facendosi, di conseguenza, metafora dell’eterno conflitto tra la vulnerabilità dell’essere umano, sempre più riluttante a combinarsi con altri elementi e abbandonato alla drammatica solitudine della cultura individualista, e la forza primordiale e indomabile della Natura.

Un esempio di kraken metereologico sottoforma di cumuli grigi e apocalittici che si addensano minacciosi nel nostro cielo e sopra le nostre teste, disegnando un presagio di sventura e tempesta su un’immensa radura isolata.

Quello descritto dai Collars è un rito iniziatico di passaggio dall’incoscienza alla consapevolezza, ascrivibile al pessimismo cosmico di Emily Dickinson, in quel percorso di crescita e trasformazione dell’essere umano che va dalla morte delle illusioni della fase adolescenziale all’ingresso nella realtà autodistruttiva dell’età adulta.

Recrudescenza che si esprime nella polarizzazione verticale tra forze divine e umane, in uno stato di tensione costante ed osmotico tra l’impeto di macro-atmosfere viscerali e la calma apparente di singole entità silenziose e insidiose.

Ogni elemento di Tracoma va a rimodulare profondità emotive e respiratorie, con una forma comunicativa retrattile e protrattile che si avvolge in una spirale elettrica di sonorità circolari, ossessive, irregolari, violacee, livide e persistenti, come nugoli rumorosi pronti ad esplodere da un momento all’altro, deflagrando in ecchimosi soniche e contusioni tramautiche, per poi tornare a sgonfiarsi come gusci vuoti ed inermi.

Nei sei episodi strumentali dell’opera si alternano atmosfere sature sludge metal, mulinelli hardcore assordanti, antichi tribalismi percussivi, interludi post-rock arpeggiati, sinistri e cianotici da soundtrack di pellicole horror e momenti di ultra-violenza noise alienante e spacca-vertebre.

Ci troviamo al cospetto di un moloch sonoro fatto di piombo e ferro, permeato di zolfo doom, ansia decostruzionista e surrealismo destabilizzante, che va a soffocare la sua immagine fino a deformarla del tutto, riducendola in pulviscoli di brace e mantenendone intatti soltanto i contorni drammatici.

Tracoma è un vortice spazio tempo contraddistinto da un austero e gelido micro-universo musicale con il quale i Collars accarezzano il malessere maldororiano e le grigie desolazioni degli spazi aperti, accrescendo il fascino perverso per quella sensazione di disagio e terrore che penetra sotto l’epidermide come una bruciatura e che si fissa in superficie come una cicatrice indelebile.

Membri della band:

Davide Gherardi: chitarra (Ornaments)

Enrico Baraldi: basso (Ornaments)

Michele Malaguti: chitarra (Nadsat)

Alberto Balboni: batteria (Nadsat)

Tracklist:

1. Osmio

2. Vertebra

3. Spira

4. Livido

5. Cumuli

6. Lautrèamont

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