Exodus
Goliath
(Napalm Records)
20 marzo 2026
genere: thrash metal, thrash & roll, heavy metal, southern rock, doom
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Recensione a cura di Marco Calvarese

Questa volta voglio partire dalle conclusioni: dopotutto oggi vi parlo degli Exodus, uno dei fondamentali della mia vita, quindi ci sta anche lo stravolgimento dei soliti schemi.
Dopo aver ascoltato Goliath, dodicesimo LP dei padri fondatori del thrash, ne ho tratto due profonde lezioni: il 2026 è l’ennesima, ottima annata musicale, ma è, probabilmente, la più divisiva che io ricordi; e poi, soprattutto, io non capisco un cazzo di musica.
Ci sono tutti gli indizi: dopo aver letto fiumi di critiche persino verso Kreator e Megadeth, ho capito che va di moda spaccare il capello in quattro pur di apparire originali e competenti sui social. Ma io, pur sapendolo, ho letto di tutto su Goliath, commettendo una serie di errori imperdonabili: mi sono lasciato condizionare, mi sono lasciato influenzare dai singoli e, peggio di tutto, ho effettuato il primo ascolto un pezzo alla volta, quando avevo tempo, come l’ultimo dei pivelli. Ho finito per restare deluso senza approfondire.
Poi, finalmente, con colpevole ritardo, ho rimesso i miei quattro neuroni in fila, ho preso il mio tempo, ho sgomberato il campo dal cicaleccio dei social, ho rimesso nel lettore Persona Non Grata (il precedente del 2021); solo dopo, con tutta calma, ho iniziato da capo con la nuova release e, finalmente, ho aperto gli occhi.
Goliath non è un capolavoro, intendiamoci: è meno brillante e costante del suo predecessore; paga sempre (ma con Souza c’era lo stesso problema) lo scotto di un frontman di grande personalità ma con i suoi limiti vocali. Ma è tutt’altro che una delusione, noioso o menate simili: è un buon album che cresce con gli ascolti e forse avrebbe meritato una diversa tracklist, qualche passaggio più breve e, soprattutto, un’accoglienza migliore da parte di noi thrasher.
Non mi appassiona la diatriba tra fan di Dukes e di Zetro, per cui eviterò di porre l’accento su quelli che, a mio avviso, sono i difetti di Rob: voglio sottolineare, invece, che Goliath è un disco profondamente Exodus, perché ne contiene tutti i tratti distintivi, le radici e le influenze di sempre.
Ha il pregio non indifferente di guardare tanto al passato, a cominciare dalla cover, sgargiante e ignorante come si usava negli anni ’80, proseguendo con una produzione tutt’altro che cristallina ma dotata di un certo fascino rétro, e dunque più che appropriata; infine, con evidenti rimandi ai brani che hanno fatto la storia del genere e della band.
Goliath ripercorre i sentieri strutturali che la band conosce a memoria, ma cambia molto l’impianto melodico e ritmico: restare fermi sulle stesse linee guida, del resto, avrebbe innescato paragoni impietosi e non avrebbe reso il dovuto rispetto al ritorno di Rob Dukes.
Quindi la cosa migliore era rinnovare senza rinunciare al proprio canovaccio sonoro: passaggi tiratissimi alternati ad altri più cadenzati e rockeggianti, influssi “slayeriani” ma anche reminiscenze Metallica–Megadeth, il marchio di fabbrica di Gary Holt e dei suoi riff aspri e trascinanti.
In Goliath c’è tutto questo e anche di più, ma con la peculiarità di puntare maggiormente sulle melodie e sui tempi medi. Ne viene fuori un platter che non stanca mai, screziato di tante sfumature e arricchito da alcune novità che tengono vivo l’interesse e lo rendono scanzonato e live-oriented.
Certo, ancora non riesco a farmi piacere particolarmente la prima parte del disco: la opener 3111 mi pare un po’ slegata nei suoi quattro atti; Hostis Humani Generis la trovo un po’ generica e tutta votata alla velocità, mentre The Changing Me è un bell’heavy di richiamo anglosassone ma pecca di cacofonia nel refrain. Potevano essere meno prolissi e avere più cura nei dettagli.
Ma da qui in poi il lettore mi restituisce solo goduria: il puro southern rock di Promise You This, l’inaspettato doom dal cuore neoclassico della title track, la devastante “old school” Beyond the Event Horizon, che fa il paio con 2 Minutes Hate (dal richiamo letterario a George Orwell e musicale al proprio passato, ma con chiari omaggi a Metallica e Megadeth).
È il trionfo del thrash & roll, del mid-tempo, del riff geniale, a cui gli Exodus ci hanno abituati. Come resistere, ad esempio, alla potenza catchy, al rock’n’roll, alla produzione al contempo sporca ma definita che fanno di Violence Works un piccolo gioiello?
Ma questo sa essere anche un disco sorprendente, dove Rob e soci possono improvvisamente decidere di rallentare fino al parossismo e immergersi così a fondo nella ricerca delle proprie radici da incontrare… i Black Sabbath: Summon Of The God Unknown riesce a essere più sabbathiana dell’originale, grazie ad alcune trovate armoniche che rimandano direttamente all’hard rock anni ’70 e che completano una perla non convenzionale per la combo di San Francisco.
Il tutto per poi riemergere e chiudere in gloria con The Dirtiest Of The Dozen, un vero e proprio power-speed riuscito, divertente e legato benissimo da una splendida melodia vocale: zucchero e sangue, per le mie orecchie.
Ve lo concedo: forse, nel complesso, Goliath ha un pelo di ispirazione e di ferocia in meno, una partenza un po’ diesel e un groove meno immediato del solito; ma chi ha detto che non aggiunge nulla alla discografia degli Exodus? Aggiunge tante belle canzoni, possibili hit da riproporre in tour.
È un platter che si accomoda senza problemi a metà nel ranking di una band che non ha più niente da dimostrare, se non di saper spiegare ancora ai fringuelli del nuovo millennio cos’è, e come va suonato, il buon vecchio thrash metal. E scusate se è poco.
Poi, magari, sarà anche vero che ci si aspetta sempre il capolavoro dagli Exodus, ma dubito che gliene importi molto: Dukes, in fondo, ha la grinta e la faccia tosta e menefreghista di un “Lemmy de noartri” e a me va più che bene così. Con colpevole e incompetente ritardo: fino alla scorsa settimana non lo avrei mai detto.
Tracklist:
1. 3111. 2. Hostis Humani Generis. 3. The Changing Me (feat. Peter Tägtgren). 4. Promise You This. 5. Goliath (feat. Katie Jacoby). 6. Beyond The Event Horizon. 7. 2 Minutes Hate. 8. Violence Works. 9. Summon Of The God Unknown. 10. The Dirtiest Of The Dozen.
Line-up:
Rob Dukes – voce
Gary Holt – chitarra
Lee Altus – chitarra
Jack Gibson – basso
Tom Hunting – batteria

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