Foo Fighters: la recensione di Medicine At Midnight

Foo Fighters

Medicine at Midnight

5 Febbraio 2021

Roswell, RCA

genere: alternative rock, garage funky, dance rock, hard rock

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Recensione a cura di Chiara Profili

Il 5 Febbraio 2021 è uscito Medicine at Midnight, il decimo album in studio dei Foo Fighters, che arriva a distanza di poco più di tre anni dall’ultima fatica di Grohl e soci, Concrete and Gold.

Anticipato da un primo singolo spiazzante, Shame Shame, che non ha raccolto i favori dei fan di vecchia data, Medicine at Midnight aveva suscitato un senso di attesa e curiosità, poiché non era ben chiara la direzione che avrebbero intrapreso i Foo Fighters in questa nuova produzione.

In nostro aiuto era venuto proprio Dave Grohl, chiarendo quale fosse l’intento di questo lavoro, composto da 9 tracce, per una durata totale di soli 36 minuti e 35 secondi: fare festa.

Benvenuti, quindi, al party per il 25esimo dei Foo Fighters o, per meglio dire, dell’attività musicale del Grohl post Nirvana, dato che il primo album omonimo, del 1995, era una sorta di One Man Band Show.

Ascoltando il disco nell’ottica che ci viene suggerita, troviamo a dare il via alle danze Making a Fire, un brano che ha il compito di scaldare l’atmosfera, con uno spiccato mood alla Robbie Williams dei primi anni 2000.

Proseguiamo con la controversa Shame Shame, probabilmente il pezzo più debole di Medicine at Midnight, utile solo da tenere come sottofondo mentre gli ultimi ospiti si apprestano ad arrivare.

Una volta entrato anche l’ultimo invitato, la festa può davvero cominciare. Cloudspotter, tra funky garage e hair metal alla Mötley Crüe, ha un ritornello da cantare a squarciagola, muovendo ogni centimetro del corpo.

Ci vuole un attimo di relax per riprendersi e così arriva Waiting on a War, una classica power ballad alla Foo Fighters, che parte lenta, per poi esplodere nel finale. Sicuramente non ai livelli della travolgente Run, il momento migliore di Concrete and Gold, ma comunque un brano che può conquistarsi un posto nella scaletta dei live della band statunitense.

La title track fa da spartiacque tra la prima e la seconda parte del disco ed è proprio qui che i riferimenti stilistici di cui parlava Grohl, riguardo ciò che lo ha ispirato per quest’album, sono più evidenti. Il Bowie di Let’s Dance, coadiuvato dal funk in stile Nile Rodgers, si sovrappone al blues in un assolo di chitarra alla Gary Moore, un po’ inusuale per i Foo Fighters.

No Son Of Mine è un altro evidente rimando agli ascolti preferiti dei FF: riff che richiama i Metallica di Kill ‘em All, refrain e assolo che omaggiano l’amico Lemmy Kilmister (come non ricordare la partecipazione del frontman dei Motörhead al video di White Limo).

Il frizzante ricevimento prosegue con la trascurabile Holding Poison, che ci conduce a quel momento della festa in cui qualcuno si alza, prende una chitarra, e intona una melodia intima e commovente: Chasing Birds. Potrebbe essere una ballad scritta e cantata da Ozzy Osbourne, nella quale convivono le peculiarità stilistiche delle carriere soliste di tre dei quattro Beatles (Lennon, McCartney e Harrison) ed echi pinkfloydiani.

Anche se è passata poco più di mezz’ora dall’inizio dell’happening, è già ora di andare a casa. Love Dies Young ci lascia quel sapore agrodolce tipico di quei momenti in cui un qualcosa di bello accade e poi finisce. L’antitesi tra il pessimismo realista del testo e la gioiosa melodia, ci invita ad un’ulteriore considerazione: dobbiamo imparare a non prenderci troppo sul serio.

Ed è così che va ascoltato Medicine at Midnight, con leggerezza.

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