Green Day: recensione di Father Of All Motherfuckers

Green Day

Father Of All Motherfuckers

Reprise Records

7 febbraio 2020

genere: punk pop, hard rock

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Il 7 febbraio 2020 è uscito, per Reprise Records, il nuovo album dei Green Day, intitolato Father Of All Motherfuckers.

Il titolo del lavoro viene spesso abbreviato in Father Of All…, che è anche il titolo del primo singolo estratto dall’album e traccia d’apertura dello stesso.

La prima domanda che sorge spontanea prima dell’ascolto del progetto è: “cosa ci si può aspettare dal nuovo album dei Green Day?”. Beh, la risposta è più difficile e ricca di quanto si possa credere. Ma andiamo con ordine.
Il lavoro è il tredicesimo album in studio della band, dura solo ventisei minuti e contiene dieci canzoni.

Pare che questo sia l’ultimo disco che il gruppo pubblicherà con la Reprise Records e che sia espressa volontà dei ragazzi californiani di lavorare in maniera indipendente ai prossimi progetti.
Il disco tratta tutti i temi che hanno reso celebri i Green Day, ossia la rabbia, l’insoddisfazione, l’inadeguatezza, l’abuso di droghe, il rapporto con le ragazze e il sentirsi sfigati in età adolescenziale, ma anche temi sociali come le contraddizioni americane, le politiche assurde del presidente Trump,
la violenza sulle donne e i pregiudizi razziali.

Ciò che, però, rende interessante questo lavoro sono le scelte musicali. Ascoltando la traccia omonima del disco, Father Of All…, ho subito pensato: “Ma è Armstrong che canta?” e, ovviamente, la risposta è sì. Il cantante ha, però, deciso di sperimentare nuove linee vocali, nuove melodie su frequenze ben diverse da quelle solitamente proposte dal gruppo.

Ha infatti dichiarato come, nel periodo di stesura del progetto, fosse profondamente interessato alla musica blues, r&b, alle pubblicazioni storiche della Motown e ai dischi di Prince, aggiungendo che gli sarebbe piaciuto cantare come quest’ultimo.

Billie Joe afferma come, in ogni caso, l’interesse della band fosse quello di mescolare questi stili di musica con le classiche sonorità dei Green Day e del punk anni ’90. Quello che ne esce è un disco moderno, dall’animo rock & roll e definito dalla band, forse un po’ retoricamente, come un “agglomerato di vaffanculo” ma con un’impronta vintage molto presente che lo rende parecchio pop e scorrevole.

Ritroviamo le sonorità classiche della band in canzoni come Sugar Youth, assolutamente in linea con lo stile di Billie & Co., e nel riff di Take The Money And Crawl che, però, vede linee vocali molto particolari e sperimentali (per la loro produzione). Il brano Oh Yeah, che in origine avrebbe dovuto intitolarsi Bulletproof Backpack, tratta dell’estrema facilità nel reperire armi da fuoco in America e delle conseguenze disastrose di questa, soprattutto nelle scuole.

Il titolo dell’album è da considerarsi un tributo a Joan Jett & The Blackhearts , infatti contiene il riff e il ritornello di Do You Wanna Touch Me (Oh Yeah), brano della storica rock band, ed è la prima volta nella storia in cui i Green Day decidono di usare il sample di un’altra band.

Graffitia, pezzo di chiusura del lavoro, mostra una forte influenza anni ’80, sia nelle melodie che nelle sonorità e ricorda parecchio brani rock and roll di quegli anni come I Fought The Law dei Clash.

Diciamo, quindi, che è la curiosità a farla da padrona, sia da parte dei Green Day che decidono di uscire dalla propria comfort zone, ricercando sé stessi dove non ci si aspetterebbe, sia da parte dell’ascoltatore che trova un gruppo fresco, rinnovato ed innovativo, ma comunque fedele al proprio stile.

In conclusione, possiamo dire che Father Of All Motherfuckers è un disco audace, un po’ come fu St.Anger per i Metallica, e che probabilmente dividerà le opinioni a riguardo, soprattutto tra i fan della cosiddetta ‘prima ora’, ma che riesce nell’intento di trovare nuove sonorità e nuovi stimoli nell’ascolto dei Green Day.

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