Iron Maiden: recensione di Senjutsu

Iron Maiden

Senjutsu

Parlophone/Warner Music Group

3 settembre 2021

genere: heavy metal, prog metal, folk metal, epic metal, power metal

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Recensione a cura di Lorenzo Marsili

Ogni volta che esce un album degli Iron Maiden, è inevitabile che se ne parli troppo, persino a 40 anni di distanza dall’uscita dell’insostituibile Di’Anno. È una band con troppi anni alle spalle, troppi anni sulle spalle, troppi membri, troppi fan, troppi estimatori e troppi detrattori.

A sei anni di distanza da un polpettone come The Book Of Souls, Senjutsu è un altro lunghissimo colosso: 81 minuti di musica. Rispetto ai precedenti dischi, dal rientro dell’accoppiata Dickinson-Smith, Senjutsu ha il merito di dare una piccola spolverata in casa Maiden, che si sono finalmente liberati dei quattro accordi di Despacito (i famosi “Four Chords That Made A Million” di The Wicker Man, When The Wild Wind Blows , These Colours Don’t Run, For The Greater Good Of God, The Longest Day, ecc…) e dei vari cori da stadio (“oh-oh-oh-oh”) che ne hanno fatto la fortuna negli anni 2000.

Non aspettatevi, comunque, che i Maiden siano tornati a parlare di prostitute e di omicidi. Gli Irons del nuovo secolo erano prolissi e rimangono tali, tant’è che non rinunciano alla tentazione di un doppio album, con tanto di secondo disco contenente esclusivamente megabrani di più di dieci minuti l’uno, tutti puntualmente firmati da Harris.

Questa scelta è l’emblema del conservatorismo becero dei Maiden odierni e della generazione di boomer che manda giù acriticamente ogni loro singola proposta. La realtà, tuttavia, è che nessuna di queste “suite” coglie nel segno come una Sign Of The Cross. Al contrario, annoiano, non stupiscono, non commuovono e la voce di Bruce non ne impreziosisce neanche un secondo.

Se gli Iron Maiden si fossero limitati a pubblicare solo il primo disco (40 minuti), questo lavoro sarebbe risultato in controtendenza con questi ultimi vent’anni all’insegna di album decisamente “pop” e pezzi lunghissimi non necessari. Senjutsu rimane comunque un disco ascoltabile, sebbene penalizzato da una produzione terribile.

Lo sforzo della band heavy metal britannica di cercare di cambiare le carte in tavola è evidente, ma fallisce proprio nell’oggetto della sua ricerca. La realtà è che a fare meglio di così non ci vuole molto, e sentiamo canzoni più “coraggiose” ogni giorno anche tra i singoli orribili che passano in radio.

Basta sperimentare una sequenza di accordi inedita, ritirare fuori dal cassetto alcuni incastri ritmici ganzi che hanno fatto la storia (come quelli dei primi dischi degli… Iron Maiden) e, soprattutto, far smettere di fare strillare il cantante. Quando si ha un sessantenne come cantante, bisogna giocare d’economia, imparando a prendere quelle note che arricchiscono un po’ l’armonia, perché a cercare la nota più alta della scala sono tutti bravi… a vent’anni.

Insomma, non stupitevi se Senjutsu ha già delle ottime recensioni sulle riviste metal, non stupitevi se è primo in classifica: è stato così per tutti gli ultimi, dimenticabili dischi, per vent’anni di fila. Anzi, non stupitevi proprio.

CD 1

1. Senjutsu – 8:20 (Adrian Smith, Steve Harris)
2. Stratego – 4:59 (Janick Gers, Steve Harris)
3. The Writing on the Wall – 6:13 (Adrian Smith, Bruce Dickinson)
4. Lost in a Lost World – 9:31 (Steve Harris)
5. Days of Future Past – 4:03 (Adrian Smith, Bruce Dickinson)
6. The Time Machine – 7:09 (Janick Gers, Steve Harris)

CD 2

1. Darkest Hour – 7:20 (Adrian Smith, Bruce Dickinson)
2. Death of The Celts – 10:20 (Steve Harris)
3. The Parchment – 12:39 (Steve Harris)
4. Hell on Earth – 11:19 (Steve Harris)

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