Saxon: recensione di Carpe Diem

Saxon

Carpe Diem

Silver Lining Music

4 febbraio 2022

genere: heavy metal

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Recensione a cura di Marco Calvarese

Dici Saxon e subito tornano alla mente le prime musicassette “rubate” tra le occasioni in quel negozio di dischi che ormai non c’è più o i vecchi nastri doppiati qua e là da cugini e amici. Con i Saxon abbiamo attraversato tutte le ere del rock duro, dagli albori della NWOBHM all’AOR di Destiny, dal ritorno di fiamma ai tempi (ad esempio) del riuscito heavy&roll di Dogs of War, alla svolta dark di The Inner Sanctum, dall’inasprimento del sound di Sacrifice fino alla bellissima sintesi power thrash di Thunderbolt.

Adesso, fresca di stampa, arriva questo nuovo lavoro dal titolo impegnativo e filosofico. Carpe Diem, come al solito, è circondato da un certo hype, perché sono pur sempre i Saxon, e, tutto sommato, tra gli altri mostri sacri del genere, i Maiden, lo scorso anno, hanno capito come convivere bene con la terza età, e anche gli AC/DC, dopo la perdita del grande Malcolm, si son difesi decentemente, pur senza strafare. E certi critici sono sempre in agguato, pronti ad impallinare ogni nuova uscita delle band storiche, ansiosi di decretarne la fine e di scriverne per primi l’epitaffio.

Insomma, tra alti e bassi, cedimenti al trend del momento e passaggi di altissima qualità, pensi ai Saxon, all’iconico leader Biff, come sinonimo di quella gloriosa storia che ha il sapore di birra fredda e l’odore di sudore, davvero come i Motörhead e forse nessun altro, dall’alto della loro sterminata discografia.

Ecco perché tornare sulle scene con l’album numero 23, dopo oltre 40 anni di attività, è un atto di coraggio, una sfida a sé stessi e al tempo che passa. Byford impersona tutto questo: un uomo, una leggenda, capace di continuare a comporre in modo febbrile perfino durante il ricovero in ospedale (problemi cardiaci); uno che di ritirarsi non vuole neppure sentir parlare, come ha avuto modo di affermare in una recente intervista.

Cerco faticosamente di settarmi sul rispetto, di restare obiettivo tenendomi alla larga tanto dall’abbandono nostalgico, quanto dalle categorie dei cecchini di cui sopra, ma i due singoli che hanno preceduto Carpe Diem, a dire il vero, non mi avevano aiutato per niente: bellissime le lyrics, ma datato e scontato l’impianto compositivo, piatta la sessione ritmica di Remember the Fallen (grazie per la dedica, a nome di tutti i lavoratori della sanità!), un passo indietro, rispetto all’evoluzione degli ultimi album, e poco esaltante anche la title track, benché impreziosita da una discreta melodia e, come sempre, dall’ottima forma di Biff al microfono. Nel complesso, sensazione di stanchezza, più che di un ritorno alle origini.

Tuttavia The Pilgrimage, circolata sui social appena prima della pubblicazione dell’album, mi aveva fatto assaporare dolci novità, semplice ed epica con il suo mid tempo solenne ed un riff arpeggiato che mi fanno tanto pensare ad una toppa dei Metallica sui calzoni corti di Angus Young. Mi ritrovo a scuotere a ritmo la testa ormai calva e a pensare che, per fortuna, questi sono pur sempre i Saxon e, inshallah, hanno ancora qualcosa da dire e, in effetti, mentre mi domando perché diavolo scegliere come apripista i due brani più banali dell’opera, il disco mi ruba l’orecchio man mano che procedo con l’ascolto.

Age of Steam mi regala una splendida linea vocale adagiata su un riff vagamente Judas Priest e su un lavoro percussorio notevole, un ritornello che fa tanto Accept (stesso produttore) e un esaltante scambio tra tapping e grancassa. L’andamento del disco promette bene, e lo speed furioso e spudoratamente anglosassone di Dumbasters ne è la conferma, come pure l’up-tempo di Super Nova, con quel riff che paga pegno a KK Downing.

I Saxon hanno trovato la chiave per non appiattirsi sull’amarcord nostalgico nell’intelligente inserimento di doppio pedale ed effetti a dare vigore al proprio sound senza snaturarlo, con in più una dose certosina di tastiere atmosferiche, come nella incantevole Lady in Gray, un due quarti corposo, complesso e arrangiato splendidamente nel suo fraseggio tra keyboards e riff di chitarra, fascinoso e avvolgente come una Strange Kind of Woman.

La volontà di recuperare lo spirito e il gusto dei primordi è manifesta, ma non mancano iniezioni di metal più robusto e articolato durante l’intero corso dell’album. Eppure, dopo un’altra generosa dose di deja vu con il classico inno metal All for One (con tanto di coretti e “yeee-yeeeh” a fine strofa), mi ritrovo a due brani dalla fine senza aver ancora chiaro se Carpe Diem sia uno scontato revival con qualche perla o un riuscito mix tra passato e presente della band di Barnsley.

Ben venga, allora, il thrash primordiale “four horsemen-style” di Dark is the Night a scaldarmi le budella come un bicchiere di buon whisky e a farmi digerire l’idea che questi sono i Saxon, old boy, e insomma non stanno lì a pendere dalle mie labbra, ma fanno un po’ come gli pare, suonano sempre musica dannatamente buona e bisogna saperlo riconoscere, per quanto possiamo aver dimenticato i fondamentali a furia di contaminazioni! Si balla davanti al lettore CD e l’assolo bluesy non fa che alimentare l’operazione nostalgia, che tocca lo zenit, per poi calare il sipario, con la tiratissima e maledettamente retrò Living on the Limit, puro heavy “early eighties” con una ritmica speed a dargli ancor più energia.

Ehi, Biff, hai scelto la tua personalissima strada per restare in pista! Io non ho ancora deciso se Carpe Diem mi piaccia o meno e non mi unirò al coro degli osanna, perché lo reputo, tutto sommato, un downgrade rispetto a Thunderbolt, ma certo è un buon album e so che i custodi dell’ortodossia grideranno al miracolo.
Sconsigliato, invece, agli amanti delle novità.

Tracklist:

1. Carpe Diem (Seize The Day)
2. Age Of Steam
3. The Pilgrimage
4. Dambusters
5. Remember The Fallen
6. Super Nova
7. Lady In Gray
8. All For One
9. Black Is The Night
10. Living On The Limit

Membri della band:

Paul Quinn: chitarre
Biff Byford: voce
Nigel Glockler: batteria
Nibbs Carter: basso
Doug Scarratt: chitarre

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