Squeamish Factory: l’intervista

Il 13 novembre scorso è uscito Plastic Shadow Glory (di cui potete trovare la recensione a questo link), il nuovo album del collettivo campano Squeamish Factory, pubblicato per Overdub Recordings e registrato presso i Monolith Recording Studio.
Ne abbiamo parlato con il chitarrista Antonio Marotta che ci ha gentilmente concesso un’intervista.


Ciao Antonio, innanzitutto come stai?

Sto bene, grazie. Si va avanti in questo periodo di semi-quarantena, che ci limita un po’ anche a livello di band, visto che è più difficile trovarsi in sala prove, anche se stiamo riuscendo comunque a suonare insieme di tanto in tanto e a provare anche cose nuove.

Questo ci fa piacere, anche perché abbiamo apprezzato moltissimo il vostro ultimo lavoro, al punto da averlo inserito nella classifica dei migliori dischi del 2020.

Caspita, grazie! La nostra idea era quella di fare un disco maturo, senza accontentarci del solo fatto di essere riusciti a pubblicarlo, anche perché non è il nostro primo album, e quindi abbiamo cercato di creare un qualcosa che avesse un’identità e che fosse piacevole da riascoltare. Non pensavamo che sarebbe potuto piacere così tanto e invece stiamo riscontrando un sacco di opinioni positive.

Come nasce il progetto Squeamish Factory?

Il gruppo è nato nel 2014 in seguito ad esperienze comuni con altre band. L’idea è stata sviluppata partendo da un mio suggerimento, ovvero quello di mettere in piedi un progetto che avesse delle sonorità un po’ diverse rispetto a ciò che ascoltavamo di solito, tenendo come punto di partenza lo stoner e l’alternative rock, ma trasformandoli in qualcosa di nuovo per il panorama underground. In quest’ultimo disco abbiamo provato a percorrere questa strada scrivendo, ad esempio, dei pezzi che non avessero la classica struttura convenzionale di strofa-ritornello-strofa, cercando di solcare nuovi percorsi.


Come e perché avete scelto il nome Squeamish Factory?

Il nome è nato un po’ per caso e un po’ per definire quello che poteva essere il concetto di questa band. La casualità è stata nell’aver trovato questo termine, ‘squeamish’ (che letteralmente significa ‘schizzinoso’ ndr), grazie ad una trasmissione televisiva che mostrava tutte le cose che potevano mostrare un senso di nausea e di fastidio. Abbiamo voluto associare questo termine alla nostra musica per dare l’idea di una fabbrica che assorbe tutte le cose negative che ci sono nella vita, elaborandole e risputandole fuori.

Quando e come è nata la collaborazione con la Overdub Recordings di Marcello Venditti e con il Monolith Studio di Phil Liar?

La collaborazione è nata nel 2017, successivamente all’uscita del nostro primo EP, che era autoprodotto. Conoscevamo già Filippo ‘Phil’, poiché ascoltavamo i dischi che aveva prodotto e l’avevamo anche visto suonare con i Teverts, condividendo anche il palco con loro in alcune occasioni. Avevamo anche preso parte ad una compilation della Karma Conspiracy Records, la sua etichetta. Filippo ci presentò a Marcello, che ci vide suonare ad un festival, e ci propose di entrare nella grande famiglia di Overdub. Marcello ci suggerì di registrare il disco ai Monolith, cosa che avevamo già preventivato, dato che ci piacevano i suoni delle produzioni di Filippo e così scattò definitivamente il colpo di fulmine.

Marcello e Filippo, a parer nostro, sono un’accoppiata che non sbaglia un colpo e il vostro disco ne è un’ulteriore conferma. Qual è il concept tematico di Plastic Shadow Glory?

Il tema dell’album è nato prima dei singoli pezzi. Volevamo creare un disco che toccasse più argomenti, tutti riconducibili ad un tema trasversale. Qualche tempo fa si parlava molto di fake news e di informazione manipolata, e inizialmente ci eravamo indirizzati verso quella strada. Però l’idea era quella di trattare una tematica che potesse essere non solo attuale, ma anche riconducibile a più periodi storici. Così siamo arrivati al concetto di mistificazione e distorsione della realtà.


Se un comportamento si ripropone in più epoche, è perché è insito nell’indole umana.

Esatto. Abbiamo voluto esaminare la questione sia dal punto di vista della società, che da quello del singolo, analizzando appunto anche le contraddizioni dell’indole umana. Facendo un esempio, il brano Leading Shadow parla di agorafobia. Il protagonista della canzone si rende conto che non c’è nessun pericolo all’esterno, ma che sono le sue convinzioni a costringerlo in casa, lontano dalla realtà.

Il video di un altro brano, Conscription, è stato girato in Perù. Ce ne vuoi parlare?

Sì, il video di Conscription è stato girato a Lima da un nostro amico regista, Marco D’Apice, che vive lì. Era da tanto che volevamo collaborare con lui e finalmente ci si è presentata l’occasione giusta per farlo. Marco aveva già esperienza in fatto di videoclip, anche se, prima di noi, aveva lavorato solo in ambito rap/hip hop. Mentre eravamo in fase di missaggio, gli abbiamo presentato l’idea tematica di ogni brano, lasciandolo libero di scegliere quello che potesse ispirarlo di più. Il pezzo parla del concetto di tolleranza reciproca, riallacciandosi alla ‘Critica Della Tolleranza’ di Marcuse, un libro che abbiamo letto un po’ di tempo fa, che mostra tutti gli spiragli di una tolleranza dello status quo e del lasciar correre le cose, così come sono. Lui ha interpretato questo tema rappresentando la condizione dei bambini poveri del Perù, costretti al lavoro minorile, che vivono questo sfruttamento nell’accettazione generale, come se questo loro status fosse una cosa normale. È il distacco tra chi è abbiente e senza alcun tipo di problema, e chi vive, invece, questo tipo di realtà. Due mondi così distanti, che dividono lo stesso marciapiede, nell’indifferenza di chi si gira dall’altra parte.

Certe realtà vengono percepite come normalità, da chi le vede ogni giorno.

Esatto, essendo situazioni che si possono trovare anche in più parti del mondo e in tutte le epoche, vengono banalizzate e vissute con indifferenza.

L’immagine simbolica dello specchio: secondo te, siamo davvero soltanto spettatori delle nostre vite? Siamo predestinati ad un destino già scritto oppure svolgiamo un ruolo attivo nelle nostre esistenze?

Crediamo nella ‘Teoria dello Spettatore’ di Darley, a cui ci siamo ispirati, ma fino ad un certo punto. L’essere umano è sempre stato, almeno in parte, spettatore della sua vita, fin dalla preistoria, quando era dipendente dagli eventi atmosferici. Nel momento in cui, però, l’uomo si trova a dover prendere delle decisioni, a quel punto diventa parte attiva nella sua vita. Nel video di Humandrome, il protagonista rimane sulla soglia della porta, spaventato dal mondo esterno, e decide di tornare a rintanarsi nella sua casa, con il suo computer. Nel brano di cui parlavamo prima, invece, Leading Shadow, succede l’opposto. Alla fine del pezzo, il protagonista vince la sua agorafobia e si rende conto che la vita è al di fuori delle sue quattro mura: smette di essere spettatore e prende in mano il suo destino.

Ci vuole tanto coraggio per affrontare una sfida del genere, ci vuole la forza che serve a superare quell’ostacolo interiore.

Infatti non tutti ci riescono.

Cambiando argomento, secondo te, in che direzione sta andando la musica italiana?

Eh, bella domanda.

Restringendo un po’ il campo, non sembra anche a te che ci sia, in questo periodo, una spasmodica ricerca dell’effetto nostalgia, una tendenza a commemorare il passato, in particolare gli anni ‘80 e ‘90?

Sì, assolutamente. Per quello che riguarda l’underground italiano, se fino a una decina di anni fa avremmo potuto dire in che direzione si stava andando, adesso è necessario ridefinire il genere in sé. Ciò che chiamavamo indie nei primi anni Duemila, non ha nulla a che vedere con ciò che chiamiamo indie oggigiorno. E anche il pubblico è diverso. Comunque, questo per dire che non si può decretare in quale direzione stia andando la musica underground italiana, semmai in quali direzioni. Ce ne sono tantissime. C’è una branca della musica indipendente che finisce per sfociare, in alcuni casi, addirittura nel mainstream. È il caso dei Little Pieces of Marmelade, portati ad X Factor da Manuel Agnelli. Allo stesso tempo, c’è una fetta di indie che si muove nella direzione diametralmente opposta, ovvero verso un mercato di nicchia. Questo produce una maggiore attenzione nei confronti di quello che può essere il target della propria musica e dei suoi gusti, e meno ricercatezza nel trovare un proprio sound, una propria identità. In questo senso, mi ricollego alla domanda, ovvero, al motivo per cui c’è questo ritorno alle sonorità del passato, specialmente a quelle degli anni ‘80. Semplicemente perché in questo momento vanno di moda.

Hai citato i Little Pieces of Marmelade: secondo te, i talent show, sono attualmente l’unico modo per farsi strada nel mainstream? O esiste ancora la gavetta?

I talent sono sicuramente il metodo più rapido e ad ampio raggio per ottenere visibilità. Dipende poi dall’artista. Per una band come la nostra è sicuramente un discorso da escludere, non tanto per i discorsi etici che si potrebbero fare sui talent, ma fondamentalmente perché il target di quei programmi televisivi non rispecchia ciò che cerchiamo e allo stesso tempo difficilmente la nostra musica potrebbe interessare quel tipo di pubblico. Oltretutto, non è detto che con un’esposizione mediatica di quel tipo, si ottengano i risultati sperati, ovvero concerti, produzione di dischi, eccetera. È un’arma a doppio taglio, ma di dimensioni importanti, con la quale ci si può fare seriamente male. Come band, se dovessimo fare degli investimenti, li faremmo più che altro finalizzati al suonare in festival esteri, dove c’è una maggiore possibilità di lasciare il segno.

Certo, in quel caso il pubblico sarebbe già targettizzato verso la vostra musica. Come ben sappiamo, purtroppo i concerti, al momento, sono fermi. Stiamo notando una tendenza crescente verso i live in streaming, a pagamento. Come vi ponete, come band, in merito a questo nuovo trend, che si spera sia solo temporaneo?

Abbiamo effettivamente notato questa tendenza, anche tra le band underground. Noi non siamo contrari, pensiamo però che il live show in streaming debba essere fatto in un certo modo, cioè che debba avere quel qualcosa in più che catturi lo spettatore, che altrimenti ha a disposizione centinaia di contenuti da poter guardare su YouTube o sui social. Il semplice suonare, con una telecamera davanti, serve a poco; ci vuole un tipo di spettacolo che sia arricchito a livello visivo, con immagini ed effetti, che possano rendere l’esperienza più appagante. La cosa importante, comunque, è che non ci si abitui a questa nuova idea di musica ‘dal vivo’ e che sia solo un palliativo momentaneo per coloro che sono in astinenza da concerti.

A fine anno è tempo di classifiche e playlist. Quali sono stati i vostri ascolti nell’ultimo anno? Cosa consigli a noi e ai nostri lettori?

Il primo nome che mi viene in mente è quello di un trio francese che si chiama Slift; fanno una sorta di psych-rock un po’ stoner, con vene molto accelerate e punkeggianti. Andando più sul mainstream posso citare i Foals, che hanno prodotto un buon disco post rock verso la fine del 2019 e che ho ascoltato parecchio quest’anno. A livello di underground italiano, oltre ai Teverts, che abbiamo già citato prima, segnalo i 23 and Beyond the Infinite, un gruppo delle nostre parti che fa un rock psichedelico acido, simile a quello degli anni ‘60 e ‘70, ma con venature post punk.

Ti ringraziamo per i consigli e per la disponibilità. Un saluto a tutta la band.

Grazie a voi, è stato un piacere.

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