The Sound: recensione di Jeopardy

Recensione a cura di Andrea Musumeci

1 novembre 1980. I The Sound pubblicano, via Korova Records, il loro debut album dal titolo Jeopardy, una pietra miliare del genere new wave rock.

Facciamo un passo indietro, precisamente al 1979. Ho letto da qualche parte che, secondo alcuni, il 1979 è stata la migliore annata musicale di sempre, un po’ come avviene per classificare la qualità dei vini.

Billy Corgan ha dedicato un brano degli Smashing Pumpkins al 1979, il quale, secondo molti, ha rappresentato un anno di rottura col passato: la disfatta dell’ideologia punk ed il futuro delle fusioni, del crossover e dell’elettronica al servizio di ogni genere musicale.

Nel 1979, i KISS provarono la svolta disco rock mandando alle stampe l’album Dynasty: chi non conosce il pezzo I Was Made for Loving You. Nel 1979 vide la luce The Wall, capolavoro discografico dei Pink Floyd, e con esso l’ascesa egemone del bassista Roger Waters: The Wall diverrà un classico della musica rock e, al tempo stesso, il punto di rottura definitiva tra Waters e gli altri membri della band.

Il 1979 fu l’anno della famosa frase “È meglio bruciare che spegnersi lentamente” di Neil Young, nel suo cavallo di battaglia My My Hey Hey, frase poi ripresa da Kurt Cobain nella sua lettera prima di suicidarsi.

Vedete, torna il tema del suicidio. Il 1979 fu anche l’anno di Unknown Pleasures dei Joy Division, album iconico del genere, un vero e proprio inno alla sofferenza, al male di vivere, così come già dal nome del gruppo che prese spunto dai campi di concentramento nazisti, dai lager destinati alle prigioniere donne. “L’amore ci farà a pezzi“: Ian Curtis fu quantomai profetico.

Nel 1979, gli AC/DC pubblicano Highway to Hell, ultimo disco con il compianto Bon Scott, mentre i The Clash rilasciano London Calling: la fusione del punk con altri generi e l’iconica copertina, in cui Paul Simonon distrugge il suo basso, un po’ come a rappresentare la distruzione, la fine del punk e l’inizio di una nuova onda musicale da cavalcare.

Vi è mai capitato di sapere che qualcuno ha fatto qualcosa sullo stesso genere di gruppi o artisti più popolari, magari anche nello stesso periodo, in maniera altrettanto intensa se non di più, ma paradossalmente molto meno conosciuto?

Personalmente, mi è capitato da quando ho scoperto i The Sound, grazie ai quali ho potuto esplorare un lato della musica ancora più intenso, vibrante e disperato, ovviamente senza nulla togliere a ciò che avevano fatto e anticipato band seminali di quel filone new wave dark di fine anni ’70 come Joy Division, The Cure, Siouxsie And The Banshees, ecc.

Sonorità post-punk ’77 amalgamate a struggenti fraseggi di tastiere e sintetizzatori, per gli sfortunati The Sound. Lo stile continua sulla falsa riga dei Joy Division, sebbene il sound dei The Sound (scusate il gioco di parole) risulti più curato e preciso rispetto a quello decisamente più grezzo e sporco dei Joy Division, e nonostante i due gruppi fossero coevi e scevri dalla benché minima contaminazione reciproca. Secondo alcuni, l’unico fattore di congiunzione tra i due gruppi era determinato soltanto dall’appartenenza alla stessa corrente musicale, e nello stesso periodo.

Il timbro di Ian Curtis era più baritonale, più oscuro e inquietante, mentre il timbro di Borland era altrettanto sofferto e drammatico, ma sicuramente più melodico, più malinconico e meno angosciante. È comunque possibile tracciare una linea immaginaria che collega i due frontman, e non solo per via del suicidio che accomuna Ian Curtis e Adrian Borland, a diciannove anni di distanza l’uno dall’altro. Sarebbe, invece, inverosimile, qualsiasi paragone con la teatralità di Peter Murphy dei Bauhaus, dal timbro decisamente più strutturato, più cupo e profondo.

Jeopardy è uno dei dischi più belli dell’intera era new wave: quasi sessanta minuti tra l’entusiasmo di ballate rock acide e l’atmosfera di tensione di pezzi drammatici scanditi dalla sezione ritmica e dai sintetizzatori.

L’album si apre con la splendida I Can’t Escape Myself, con sferragliate di chitarra in pieno stile krautrock di inizio anni ’70, che ricordano i Neu! di Hallogallo. Indimenticabile il testo di I Can’t Escape Myself: il protagonista è stanco di lottare e di ragionare, vorrebbe soltanto scuotere via quel disagio epidermico insieme a tutti i suoi problemi, ma alla fine cresce l’angoscia nella consapevolezza di sapere che non avrebbe mai potuto liberarsi di quell’ombra, che non poteva assolutamente scappare da se stesso.

Questa canzone trasmette un qualcosa che potremmo definire “bohemien”, attraverso la lacerazione del protagonista e l’incomprensione della società nei confronti della sua espressione artistica, al punto da diventare una prigione per la fantasia dell’artista, portando inevitabilmente l’individuo ad assumere un atteggiamento distruttivo, rassegnato e asociale. Traspare, pertanto, quel senso di arrendevolezza, o esistenzialismo, tanto caro agli scrittori francesi di inizio Novecento.

In un’intervista rilasciata nel 1995 alla BBC-radio, la fotografa Astrid Kircheerr ricorda così quel periodo seminale: “La nostra filosofia, dato che eravamo dei teenager, fu di vestirci di nero e incamminarci osservando il mondo intorno a noi con malumore e malinconia. Naturalmente avemmo un riferimento ben preciso, che fu Sartre. Ci ispirammo agli artisti e agli scrittori francesi, perché erano vicini a noi, mentre l’Inghilterra era lontana e gli Stati Uniti erano fuori dalla questione. Così provammo a pensare e a vivere come gli esistenzialisti francesi. Noi perseguivamo la libertà, volevamo essere diversi e provammo ad essere distaccati, scettici”.

Lo stesso Paul McCartney, a proposito dell’importante trasformazione di stile e comunicazione visiva del gruppo avvenuta in quegli anni ricordò successivamente: “Gli esistenzialisti avevano un aspetto fantastico con quelle giacche di Pierre Cardin scure e senza colletto che diventeranno il simbolo dello stile Beatles. Prendemmo un sacco di cose da loro, perfino il taglio dei capelli”.

Torniamo alle altre tracce di Jeopardy: la seconda, Heartland, è un’altra gemma di questa release, un pezzo frenetico dominato da sintetizzatori e basso, che ricorda leggermente le sonorità degli U2. Borland cantava ripetutamente “Devi credere, Devi credere in un posto nel cuore”. Era necessario perdersi prima di ritrovare se stessi.

C’è ancora chi si chiede: “Perché i The Sound non divennero mai gli U2?”. Meraviglioso dubbio che ci accompagna ormai da decenni, o quantomeno attanaglia chi conosce la sfortunata carriera dei The Sound. Probabilmente, gli U2 seppero vendersi meglio, forse erano più bravi, oppure furono semplicemente più fortunati.

La cosa certa è che i The Sound non avevano un’immagine accattivante (fattore importante in quel periodo storico, in una società che stava puntando sempre di più sull’immagine e sulle arti grafiche) e, oltretutto, Borland non portava con sé quel carisma utile a farsi largo tra le grazie dei discografici e del pubblico.

Missiles è un pezzo quasi apocalittico, antimilitarista, che rivela il dramma che aumenta di intensità emotiva nel finale: in piena Guerra Fredda, Borland si chiede: “Chi diavolo fa quei missili?”.

My Hour of Need è scandito dal basso con un’atmosfera che precede l’angoscia di chi soffre il silenzio della solitudine, il silenzio della propria malattia, il bisogno di avere qualcuno accanto che rompa quel silenzio, che lo riporti al rumore della vita, che non gli faccia pensare al lento incedere del tempo.

My Hour of Need sembra un chiaro omaggio al brano Insight dei Joy Division: il riff è praticamente identico. Words Fail Me, invece, è un divertente boogie rock in stile Jerry Lee Lewis, con tanto di sassofono, in cui Borland sottolinea il fatto che “le parole falliscono”, che le parole non saranno mai all’altezza di spiegare e dimostrare un qualunque bisogno che proviene dal nostro cuore.

Entriamo nel “periodo d’oro” del disco con l’episodio rock acido movimentato di Heyday, che da un lato rimanda alle sonorità dei The Stooges, e dall’altro a quelle dei The Doors di Break On Through, con un bellissimo assolo di chitarra alla fine.

I tempi non erano solo difficili, ma erano anche maledettamente noiosi. La titletrack Jeopardy racconta il pericolo di affondare senza reagire, senza l’interesse delle conseguenze, nonostante la giovane età, sicché la resistenza era a rischio. In Night Versus Day, l’atmosfera dark e ipnotica riconduce alla decadenza dei Velvet Underground. Anche gli U2, qualche anno più tardi, scriveranno un brano dal titolo molto simile, Night and Day.

Con Resistance, il punk rock torna a galoppare, in sella a un bel riff di chitarra tagliente, in cui il basso sembra anticipare quello che sarà il suono folk punk di gruppi come i Violent Femmes. In quella trappola, dove era più facile morire, era necessario “tenere duro e resistere”. Eh già, a dirlo era proprio lui, Adrian Borland, che alla fine si arrese alla sua sconfitta artistica, al silenzio dei suoi tempi tranquilli, alla sua malattia certificata, al tempo che non aveva reso giustizia alla sua creatività, nel suo momento del bisogno.

Il periodo d’oro dei The Sound non arriverà mai. O meglio, arriverà troppo tardi, dopo il suicidio di Borland, quando tutta la musica di quel periodo rivivrà una seconda vita, un revival, come riconoscimento al valore artistico dei The Sound e di tutte quelle realtà altrettanto sottovalutate e sfortunate, come, ad esempio, i Chameleons.

Jeopardy si chiude con la splendida Desire; anche gli U2, successivamente, scriveranno una canzone con il medesimo titolo. Desire, dei The Sound, ricorda da una parte le sonorità dei Bauhaus, e dall’altra quelle dei Joy Division, ma sempre mantenendo un trademark identitario proprio e riconoscibile.

In conclusione: aveva ragione Borland. La triste verità è che nessuno può fuggire da se stesso, possiamo solamente cercare di tenere acceso il desiderio, facendo leva sulla memoria agrodolce dei nostri giorni, anche se il ricordo diverrà sempre meno nitido. Ma noi non possiamo dimenticare, anzi, non vogliamo dimenticare. Del resto, caro Adrian, abbiamo resistito per così tanto tempo. Siamo stati giovani, ma siamo stati davvero così forti?

Formazione:

Adrian Borland – chitarra, voce
Michael Dudley – batteria
Graham Green – basso
Benita “Bi” Marshall – tastiere

Tracklist:

1. I Can’t Escape Myself
2. Heartland
3. Hour Of Need
4. Words Fail Me
5. Missiles
6. Heyday
7. Jeopardy
8. Night Versus Day
9. Resistance
10. Unwritten Law
11. Desire

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