Bachi Da Pietra: recensione di Reset

Bachi Da Pietra

Reset

Garrincha Dischi

7 maggio 2021

genere: noise rock, alt-rock, synth rock, dark blues,

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Recensione a cura di Andrea Musumeci

“Il rock è morto, come no. Il rock è morto così tante volte che ho perso il conto di quante volte il rock è morto”.

L’annosa domanda è: il rock è davvero morto? La risposta è racchiusa nelle dieci canzoni inedite di Reset, il nuovo album dei Bachi Da Pietra, edito per l’etichetta Garrincha Dischi ed anticipato dall’uscita del singolo apripista Comincia Adesso.

Reset è il settimo sigillo in studio per l’inseparabile coppia composta da Giovanni Succi, ex Madrigali Magri, e Bruno Dorella, ex Wolfgango e fondatore degli Ovo e Ronin.

A distanza di sei anni (quante cose possono cambiare in un ciclo vitale di sei anni…), da quando mandarono alle stampe le sonorità black metal folk di Necroide, e forti di un sodalizio artistico nato nel 2004, i Bachi mutano pelle: cambiano etichetta discografica e da due “insetti” diventano tre, grazie all’innesto del bassista Marcello Batelli, ex Non Voglio Che Clara e Il Teatro Degli Orrori.

Sarebbe un esercizio alquanto sterile il voler inquadrare la cifra stilistica dei Bachi Da Pietra; band dal carattere identitario autoreferenziale, pressoché unico e non catalogabile, che si è sempre mossa su uno spartito artigianale e umorale dalle linee sonore multiformi, imprevedibili e anarchiche, senza mai lasciarsi circoscrivere in confini di genere ben definiti.

In questo nuovo episodio discografico, il binomio Succi-Dorella più la new entry Batelli (a dire il vero, quest’ultimo aveva già collaborato in passato con i Bachi Da Pietra) resettano, si reinventano e ripartono da una rinnovata esigenza di comunicazione, più cromatica rispetto agli esordi, ma senza alcuna voglia di compiacere. D’altronde, nel loro caso, come potrebbe essere altrimenti?

L’obiettivo è sempre lo stesso: infilarsi, come larve soniche, all’interno di altre fessure dell’attualità, ripartendo da differenti prospettive anamorfiche e metriche, osservando e traendo ispirazione dalle continue metamorfosi di una contemporaneità disumanizzata ed ormai in stato di coma etologico.

Con Reset, i Bachi Da Pietra si scagliano contro le dinamiche che regolano questo contesto storico in cui la forma, pian piano, si è trasformata in sostanza tossica, riuscendo a plasmare una cultura “usa e getta” completamente schiava delle interazioni algoritmiche dei social network, delle trappole tecnologiche e della sue pericolose logiche virtuali.

Tematiche che fotografano la condizione esistenziale dell’essere umano moderno, nella versione 3.0 del servo feudale, focalizzandosi su quelle masse del potere sempre più invisibili (se lo chiedevano già nel 1994 i Ritmo Tribale: “C’è veramente un potere che non vedi?…”) e su quelle nuove forme di dittatura mediatica che sottomettono i popoli come fossero carne da macello, utilizzando slogan catchy per creare nuove religioni di Stato e per mascherare antichi metodi di coercizione psichica di matrice orwelliana. Fondamentalmente, nulla di nuovo.

Col passare degli anni, abbiamo accettato ogni imposizione di condotta autoritaria e qualunque sopruso dall’alto, come automi lobotomizzati: perché è l’Europa che ce lo chiede. Ve lo ricordate? Alla fine, questo è quello che abbiamo chiesto e seminato, in nome del totem del consumismo e dell’indifferenza. Con l’avvento della pandemia, c’è chi ha promesso e venduto soltanto fumo, dicendo che sarebbe andato tutto bene, che nessuno sarebbe stato lasciato indietro e che il distanziamento sociale sarebbe stato l’atto eroico che avrebbe salvato l’umanità. Ma che razza di umani siamo e saremo mai se continueremo a vivere nella psicosi del contatto?

I Bachi Da Pietra raccontano, a modo loro, il malessere quotidiano che ci circonda, probabilmente nell’unico modo che conoscono, andando controcorrente, ostentando la loro natura ottusa e continuando ad alimentare l’inesauribile carburante del rock, ovvero la provocazione: maledicono il creatore, sparano pallottole di sterco sull’universo (altro che seta!), partoriscono schegge di rabbia sottile e distorta, lanciano impulsi bastardi dai loro amplificatori ronzanti, ed infine masticano e sputano inchiostro nero pece all’indirizzo del conformismo e del politically correct, attaccandosi al ventre arido della realtà come una grossa macchia indelebile e corrosiva.

Sfidando la metafora ciclica del tempo e l’importanza di quella memoria storica che qualcuno sta provando a cancellare, i Bachi Da Pietra si nutrono di desolazione e disperazione, alimentano sospiri liberatori e bruciano polmoni attraverso un registro testuale tagliente e poeticamente scorretto, dietro un’armatura timbrica cupa, sulfurea, litanica, lugubre e a tratti sussurrante e sofferente (tra reading, spoken word e flow della vecchia scuola rap), e mescolando tessiture ritmiche paludose, oscure, abrasive e compulsive ad atmosfere slowtempo lounge ipnotiche, fumose e misteriose.

Le strutture compositive si sviluppano mediante climax ascendenti e discendenti, in cui l’intensità delle ritmiche e delle linee vocali si fa via via sempre più forte e ossessiva.

Groove sincopati, trip acidi, elettronica grezza e riff hard rock alla Motörhead, per i più nostalgici (Pesce Veloce Del Baltico), partoriscono note e immagini che si scolpiscono nella pietra lavica; oppure tracce come Meriterete che sembrano addirittura strizzare l’occhio alla radiofonia FM (una sorta di “cavallo di troia”, per dirla alla Succi), profetizzando ante litteram l’avvento di quegli slogan patriottici e ipocriti che, come carogne, ci hanno accompagnato (e ci accompagnano tutt’ora) durante l’emergenza sanitaria mondiale.

E poi, ecco finalmente quei ritornelli dalla forte presa live che ti si inchiodano nel cervello durante il giorno per poi risvegliarsi nel cuore della notte come un reflusso gastrico, come il peggiore degli incubi: il tutto senza mai rinunciare all’influenza delle sonorità desertiche stoner, alla morbosa psichedelia sciamanica del krautrock (Bestemmio L’Universo), al percussionismo tribale afro-beat e alle pietre rotolanti della musica nera blues.

Insomma, che piaccia o meno, questa è l’idea antropologica di universo secondo i Bachi Da Pietra: “senza troppi casini, più commerciale e più easy”.

Se da un lato il tridente Succi-Dorella-Batelli si rivolge, con sarcasmo e senza filtri, a quel settore di pubblico passatista e conservatore che aspetta ancora la reunion dei Led Zeppelin, dall’altro si scaglia contro quella razza di finti stronzi reazionari che hanno preferito schierarsi dalla parte del sistema mainstream, cercando di tenersi a galla grazie a tormentoni idioti quali “resilienza” e a quelle scorciatoie professionali che si promettono al consenso nazionalpopolare.

“Chi vi credete che noi siam, per i capelli che portiam, noi siamo delle lucciole, che stanno nelle tenebre.” (Franco Battiato – Up Patriots To Arms)

https://youtu.be/DvBh-TTppZw

Membri della band:

Giovanni Succi: voce, chitarra

Bruno Dorella: batteria, percussioni

Marcello Batelli: basso, synth

Tracklist:

1. Di Che Razza Siamo Noi

2. Umani O Quasi

3. Bestemmio L’Universo

4. Pesce Veloce del Baltico

5. Fumo

6. Meriterete

7. Insect Reset

8. Il Rock È Morto

9. Comincia Adesso

10. Ciao Pubblico

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