Dry Cleaning: recensione di New Long Leg

Dry Cleaning

New Long Leg

2 aprile 2021

4AD

genere: post-punk, post-rock, new wave, spoken word

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Recensione a cura di Andrea Musumeci

A distanza di due anni dall’uscita degli EP Sweet Princess e Boundary Road Snacks and Drinks, la band post-punk Dry Cleaning, formatasi nel sud di Londra nel 2018, fa il suo esordio su long playing con il lavoro discografico intitolato New Long Leg, edito per l’etichetta 4AD e prodotto da John Parish, lo stesso che ha portato al successo PJ Harvey e lavorato con gli Afterhours.

È ormai sotto gli occhi di tutti, o sarebbe meglio dire nelle orecchie di tutti, la rinascita del post-punk, come pseudo risveglio di quelle culture giovanili figlie della working class e provenienti dalle grigie periferie inglesi.

Un’offerta revival post-punk che però, oggigiorno, sembra essere già in overbooking; una sorta di minestra riscaldata (o revisionismo, per dirla con toni giornalisticamente più edulcorati) che negli ultimi tempi, riesumando sapori e profumi di quell’estetica e di quel linguaggio socioculturale avviati tra la fine degli anni ’70 e la prima metà degli ’80 in età thatcheriana, è riuscita ad affiorare dal suo sottobosco discografico (al punto da inflazionarsi prematuramente?) ed ergersi come massima espressione dell’underground d’oltremanica post brexit, mostrandosi al grande pubblico per mezzo di giovani personalità quali Idles, Fontaines DC, Shame, Squid, Black Midi e Viagra Boys.

L’album d’esordio dei Dry Cleaning, che sono di Londra ma sembrano provenire da una Manchester cosmopolita, non è da meno: il loro parco giochi scritturale e identitario, mutuato anche dal sound della New York degli anni ’70 e dalla sperimentazione mitteleuropea di rimando Can e Neu!, strizza entrambi gli occhi al calligrafismo seminale di quel macrogenere iconico, di quello che è stato uno dei momenti più fecondi e creativi della musica rock, insinuandosi, di fatto, all’interno della “lunga e oscura ombra del post-punk” (per dirla alla Simon Reynolds), nel ventre di quella bolla vintage e glamish che, da un lato, rimanda a suoni ed atmosfere retrò di sponda british (Joy Division, Magazine, Siouxsie And The Banshees, The Cure, Gang Of Four, Public Image Ltd., The Wire, Fall e i The Sound di From The Lion’s Mouth), e dall’altro si lascia contagiare da vecchie varianti oltreoceaniche ascrivibili a Pere Ubu, Pylon, Sonic Youth, Pixies e Slint.

L’enfasi pulsante della new wave e gli angoli più spigolosi del post-punk si mescolano al collante timbrico compassato, evocativo, magnetico, intimo, dolcemente indolente, sensuale e così impassibile e confidenziale della front-woman Florence Shaw, la quale, con il suo bulimico spoken word recitativo dagli echi loureediani e McMahaniani, tra parole implose e bisbigliate, cantilene morfinose e sproloqui deliranti a metà tra l’intellettuale e il goliardico, dà voce alla condizione di alienazione dei tempi moderni, alla mancanza di una dimensione comunitaria, facendo da filo conduttore emotivo tra le dieci tracce di New Long Leg.

I Dry Cleaning riescono a cucire trame eclettiche e oblique, andando a coniugare le agrodolci e taglienti chitarre alla Johnny Marr, i fendenti acidi, sferraglianti, nevrotici, sbilenchi e psichedelici del punk funk, le tensioni decadenti, ipnotiche, fosche e notturne della dub, le traiettorie oniriche e argentee del post-rock, le linee di basso rotonde, gommose, pulsanti, slabbrate, flessibili della wave più grezza, cupa e malinconica e l’andamento percussivo e robotico del modello kraut motorik. Suoni che si distorcono, amplificano e deformano come ombre sotto la luce del sole e del fuoco, mettendo in evidenza una sorta di surrealismo introspettivo e caricandosi di mistero allegorico.

Passeggiando faticosamente attraverso orribili campagne e nuotando faticosamente in inutili pezzi di mare, i Dry Cleaning si tuffano in una realtà fatta di piccoli mondi isolati, di paranoia e preoccupazioni, di disorientamento dell’individuo rispetto ai sistemi interattivi della contemporaneità: un nucleo tematico che, attraverso monologhi apparentemente superficiali e leggeri, ma profondamente abrasivi e personali, prende ispirazione dal dualismo della natura umana, nell’equilibrio sottile e inscindibile che delinea il netto e simbiotico contrasto tra gli opposti, nel significato metaforico della luce e dell’ombra e nel parallelismo tra il disagio, l’apatia e l’introspezione post industriale di fine ’70 e il senso di declino e smarrimento del presente.

In conclusione, alla luce del meritato successo ottenuto attualmente dai Dry Cleaning, viene da chiedersi: per quanto tempo ancora potrà resistere la formula revivalista proposta dai Dry Cleaning, e da tutti quei gruppi che hanno ritinteggiato e rinfrescato le pregiate stanze del post-punk, prima che si trasformi nella ridondante copia di se stessa e finisca per ritrovarsi in un cul-de-sac?

https://www.facebook.com/drycleaningband/

Membri della band:

Florence Shaw: voce, testi
Lewis Maynard: basso
Tom Dowse: chitarra
Nick Buxton: batteria

Tracklist:

1. Scratchcard Lanyard
2. Unsmart Lady
3. Strong Feelings
4. Leafy
5. Her Hippo
6. New Long Leg
7. John Wick
8. More Big Birds
9. A.L.C.
10. Every Day Carry

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