Gorillaz
The Mountain
(Kong)
27 febbraio 2026
genere: fusion, electro-pop, new wave, black music, hip-hop, reggaeton, disco soul, disco pop, R&B, world music, raga indiano, arab wave
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Recensione a cura di Andrea Musumeci

Se Cracker Island, pubblicato tre anni fa, offriva uno sguardo sul mondo e sulle logiche alienanti del presente, il nuovo lavoro The Mountain spinge i Gorillaz – progetto del musicista Damon Albarn e del fumettista Jamie Hewlett – a intraprendere un percorso opposto, interiore e riflessivo, muovendosi metaforicamente tra mortalità e spiritualità.
Nato da un viaggio in India e dal tema condiviso della perdita, l’album riflette un momento personale delicato: entrambi hanno perso il padre durante la sua realizzazione. A Varanasi, Damon Albarn ha sparso le ceneri del padre nel Gange, seguendo i riti funebri locali, mentre Hewlett ha trascorso mesi a Jaipur per motivi familiari.
Come raffigurato nell’artwork, la montagna diventa uno stato d’animo in equilibrio tra immaginario visivo e sonoro, ma anche una metafora che allude alla natura ciclica della vita, qualcosa che si rigenera e si ripete all’infinito. Infatti, nell’induismo la morte non è una fine, ma un passaggio: l’inizio di un nuovo cammino, una trasformazione, e chi non c’è più continua a vivere in chi resta, nel ricordo di chi ascolta.
Una salita che – per usare le parole di Albarn – parte da una base ampia, piena di giungle e sentieri, di possibilità. Più si sale, più il percorso si restringe. Una scalata verso crescita e comprensione che comporta, però, molta fatica per arrivarci. Una soglia da varcare per sentirsi liberi: ma cosa ci sarà oltre quella cima?
Nella loro prospettiva di gruppo virtuale-reale che va avanti da oltre un quarto di secolo, Damon Albarn e Jamie Hewlett si affidano ancora una volta all’autenticità del proprio background e alla forza di un sound collettivo, globale, planetario, avanzando un interesse per la spiritualità orientale più come interrogazione che come fede dogmatica.
The Mountain è un mosaico cosmopolita di lingue diverse che si intrecciano (inglese, spagnolo, arabo, hindi, yoruba): un’intensa alchimia emotiva racchiusa in quindici tracce per un’ora e sei minuti, che sfidano la logica dello streaming rapido e si arricchiscono di collaborazioni straordinarie, anche con contributi postumi recuperati da Albarn nel suo archivio di take inedite: Dennis Hopper, Tony Allen, Bobby Womack, Dave Jalicoeur (in arte Trugoy The Dove dei De La Soul), Proof e Mark E. Smith dei Fall.
Così, The Mountain si configura come un concetto di esistenza oltre l’esistenza: celebra la vita, l’amore e l’amicizia, oltre alla ritrovata sintonia creativa fra Albarn e Hewlett. Elabora il dolore che accompagna una separazione (“la cosa più difficile è dire addio a qualcuno che ami”) e il peso della memoria, vista come un’eredità emotiva da custodire e tramandare. Allo stesso tempo mette in discussione fede, tecnologia e natura umana, diventando il mezzo per tradurre in musica esperienze significative del proprio vissuto.
“Questo disco è un punto esclamativo nella mia vita e in quella di Jamie. Ci ha riportato il sentimento per i Gorillaz che non provavamo dai tempi di Plastic Beach”, spiega il frontman dei Blur.
In bilico tra radici musicali consolidate e il desiderio di esplorare nuove forme d’ispirazione, The Mountain si muove come un viaggio “sulla via di Damasco”, fra evoluzione e rivelazione, alternando episodi solari, estivi e ballabili ad altri dalle tonalità più rarefatte e ombrose.
L’elettronica si fonde con le sfumature della black music – disco, soul, reggaeton, R&B, hip-hop – mentre le vibrazioni indiane, presenti in quasi tutte le tracce, diventano una vera e propria filosofia di fondo. Si aggiungono spruzzate di folklore mediorientale, sospese tra l’esotico e il tribale, che conducono l’ascoltatore verso armonia e connessione, con la malinconia della voce lugubre di Albarn a fare da filo conduttore.
Il risultato è un percorso sonoro avvolgente e leggero; un bouquet di profumazioni lisergiche che dalla multiculturale Londra si sposta verso le pianure fertili e sacre del Gange, scala le catene montuose himalayane (in particolare il Mount Kailash, una montagna sacra in Tibet), attraversa Turkmenistan, Damasco e Casablanca, per poi volare verso New York e Los Angeles e approdare infine sulle sponde caraibiche del Sud America.
L’album si apre con l’approccio mindfulness della title-track: gli scintillanti riverberi del sitar di Anoushka Shankar (figlia del virtuoso Ravi Shankar) e il flauto indiano di Ajay Prasanna fluttuano dolcemente nell’aria, tessendo un prezioso arazzo di meditazione trascendentale e conferendo una forte sensazione di pace, mentre tabla e chitarra acustica donano calore e profondità.
Seguono il groove funk e gli archi indiani di Moon Cave, un luogo di meditazione e introspezione, dove poter riconoscere la propria voce interiore e accogliere il cambiamento. L’andamento orchestrale di The Hardest Thing, caratterizzato da un effetto solenne e maestoso di trombe squillanti e atmosfere angeliche e drammatiche, sfuma nel motivetto fischiettato di Orange County.
The Happy Dictator, con gli Sparks, e The Plastic Guru, con Johnny Marr e Anoushka Shankar, oscillano a metà fra allucinazione nostalgica e giocosa vivacità indie-pop dei primi Duemila. Entrambi i brani presentano una critica sociale e spirituale dal taglio parodistico, a tratti orwelliano: se The Happy Dictator prende di mira dittatori che vogliono far credere al popolo che non ci sia nulla di cui preoccuparsi (“non ci sono più cattive notizie, così puoi dormire bene la notte e il palazzo della tua mente sarà luminoso”), The Plastic Guru rimarca l’influenza di falsi idoli come leader politici, religiosi, o “fuffaguru” del web, pronti a vendere illusioni a caro prezzo, proponendosi come salvatori (“crediamo in ciò che scegliamo: non è forse la verità?”).
Damon Albarn continua a manifestare la sua passione per il reggaeton di qualità, muovendosi tra culture eterogenee, senza confini e pregiudizi. Immaginiamo allora i fratelli Gallagher scatenarsi al ritmo travolgente di un reggaeton dai profumi caraibici, guidati dal flow hip-hop dell’argentino Trueno e dal compianto rapper Proof (The Manifesto).
Damascus vede la partecipazione di Omar Souleyman e Yasiin Bey, con la sua coinvolgente miscela arabica di ritmi bollywoodiani provenienti da brulicanti souq mediorientali. C’è spazio anche per la tensione dance-pop anni ’80 di Delirium, con il postumo Mark E. Smith alla voce, e per l’evocativo midtempo di Casablanca, con il contributo di Johnny Marr e Paul Simonon.
Johnny Marr torna insieme ad Anoushka Shankar e al rapper Tariq Trotter, alias Black Thought, in Empty Dream Machine, un malinconico R&B soul bowieano dai profumi orientali, che approfondisce l’importanza di avere un supporto nei momenti di difficoltà: “È una macchina dei sogni vuota senza di te”.
Il trip-hop lisergico dalle contaminazioni country-reggae di The God Of Lying, con l’apporto di Joe Talbot degli Idles, scandisce la ricerca di un centro di gravità permanente, mettendo in dubbio la stabilità delle nostre convinzioni: “c’è una grande possibilità che non ci sia niente oltre ciò in cui credi”. Sì, ma bisognerà pur credere in qualcosa.
La cantilena fantasy di Sweet Prince cede il passo all’epilogo corale di Sad God, la cui coda strumentale sembra quasi ricongiungersi alle luccicanti e suggestive melodie iniziali della title-track, chiudendo il cerchio vitale dell’opera.
The Mountain è dunque il riflesso della band in questa fase di maturità: un concept intriso di speranza e shivaismo tantrico, con un sole che si intravede dietro le nuvole, dove anche i ricordi più dolorosi restano preziosi e devono essere custoditi. Con quel sorriso sornione e contagioso da eterno Peter Pan, Damon Albarn ci guida in questo viaggio, attraverso questa rinnovata percezione, mostrando che, anche di fronte alla perdita, è possibile trovare conforto.
Tracklist:

Membri della band:

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