Metal Church: Dead to Rights

Metal Church

Dead to Rights

(Rat Pak Records)

10 aprile 2026

genere: power metal, hard rock, thrash metal

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Recensione a cura di Marco Calvarese

Premessa: sono sulla soglia dei quarant’anni di ascolti metallari. Tanta roba. Al lettore medio sarà già scappato un gran “sticazzi”, ma il mio colpo di fulmine è avvenuto proprio ascoltando un brano dei Metal Church (e uno degli Accept, per la cronaca), quindi nessuno si stupisca se mi emoziono ancora o risulto troppo di parte: sono un sentimentale.

Da allora, non ho mai smesso di seguirli, perché hanno la sfiga cucita addosso, hanno cambiato formazione cento volte, sfornato quattordici dischi e, ogni volta, avrebbe potuto essere l’ultimo. E invece eccoli ancora qui, con oltre quarant’anni di carriera, a spiegare musica e farmi scapocciare, cambiare pelle ma restare fedeli a un sound che riconoscerei ovunque dopo due accordi, senza mai sbagliare uno shot.

Dead to Rights, l’ultima fatica discografica di Kurdt e soci, sembra la summa di questo percorso artistico: nasce da una rifondazione che ha scongiurato la fine della band di San Francisco e l’ha invece trasformata in una sorta di supergruppo naturale, in cui catalizzare veri e propri fuoriclasse della scena a cavallo tra gli anni ’80 e ’90: Brian Allen (ex Vicious Rumors) al microfono, Ken Mary (ex Flotsam and Jetsam) alle percussioni e David Ellefson al basso. Roba da capogiro: un ensemble da far invidia ai Testament.

Chiaro che le aspettative mi siano schizzate verso la ionosfera: tanta qualità, un’immersione negli anni d’oro e una ventata di rinnovamento. Vi posso già anticipare che nessun pronostico è stato disatteso. La ciliegina sulla torta, di cui mi sorprendo fino a un certo punto, è che il brand sonoro inconfondibile dei Metal Church è ancora lì, nella timbrica, nei lick, nelle scale usate durante gli assoli: caldo, attuale e riconoscibile in ogni episodio. Significa che Kurdt e Rick sono sempre i leader e continuano a tenere presente e futuro per le palle, e io sono profondamente orgoglioso di loro.

Ora tenete a mente queste parole e premete il tasto play: Brainwash Game è una riuscita operazione nostalgia, con quel riffing che porta inciso il logo dei Metal Church e quella sezione ritmica, quell’assolo così spudoratamente eighties.

Non vi aspettate un disco sofisticato, profondo e tecnico come il precedente Congregation Of Annihilation: in Dead to Rights si ha proprio la sensazione liberatoria del ritorno alle origini, immediato, senza fronzoli, da sparare nelle casse e pogare.

Entrando nel dettaglio, Allen fa sfoggio di una voce graffiante e ricca di estensione, ma non complica la struttura dei brani con le sue melodie vocali: i suoi testi sono hook, più potenti e meno densi. Un discorso simile si potrebbe fare per Ken Mary: dà prova della sua classe senza ergersi a protagonista. La sua scelta è quella di lavorare per lo più su tempi pari; i suoi fill accompagnano e riempiono il sound con potenza, ma senza imporsi. Ellefson funge da collante, incarnando perfettamente quel mix di potenza e melodia che ha sempre contraddistinto i Metal Church.

Chiude il cerchio il capitolo assoli, mai secondario nell’ascolto di questa band: come sempre perfettamente armonizzati, ma decisamente più asciutti, orientati ad assecondare il riffing e valorizzarlo più che a rubare la scena. Come in F.A.F.O. (quando una grande band rilascia un titolo acronimo è quasi una garanzia), dove arriva una sgasata ai limiti dello speed.

Una mazzata sui denti in cui le due asce confezionano una coppia di assoli pazzesca, eppure il main riff ti resta piantato nel cranio e non va più via. Almeno fino al successivo, quello della title track, finora di gran lunga il più catchy dell’anno: quando hai per le mani un giro sulle corde del genere, non devi fare altro che costruirci la tua hit intorno.

Il risultato complessivo è quello di un Bignami su pentagramma, di una fruttuosa semplificazione, di una potatura: qualcosa alla portata solo di gente con enormi attributi artistici. Soprattutto, c’è la sensazione di una combo i cui membri sembrano essersi incanalati nella stessa direzione senza fatica, come fossero nati per suonare insieme questa mistura di influssi e generi, così ben amalgamati nella formula segreta dei Metal Church.

Con questo spirito bisogna entrare nel cuore pulsante di Dead to Rights: dallo stile Metallica di Deep Cover Shakedown, passando per la meravigliosa Feet to The Fire, dove pare che la Mark II abbia strappato gli strumenti dalle mani dei californiani – e ti domandi che fine abbia fatto Jon Lord – si arriva a The Show, la perfetta sintesi di queste influenze (peraltro mai negate da Kurdt) e, forse, la canzone più bella dell’opera, la cui struttura esalta le doti dei singoli e del gruppo.

Che dire? Ho quasi paura di andare avanti per non incrinare la mia gioiosa e rinnovata fede. E invece Heaven Knows si lancia in un galoppo “maideniano” e – paradosso – si mette a spiegare come va composta una canzone metal a stelle e strisce. Poi magari dal galoppo si passa al trotto, dal ruvido power al true metal, strizzando anche l’occhio a certo hard rock radiofonico, ma cristo, se la melodica No Memory e la rocciosa Wasted Time mi riportano agli anni ’80: se chiudo gli occhi, mi sembra di sentire l’odore del transistor del mio vecchio mangianastri, ed è sempre un bel viaggiare. I vecchi arnesi come me lo sanno bene.

Poi, all’improvviso, il botto: My Wrath esplode in una rasoiata power thrash’n’roll che richiede almeno due ascolti consecutivi, uno per slogarsi il collo, l’altro per ammirare la precisione esecutiva di tutti e di ciascuno. Roba da saltare sulla poltrona, vecchio o giovane fan che tu sia.

Addio, signori, io rinuncio alla vita mondana e prendo l’abito talare della chiesa del metallo: l’unica a cui mi professo fedele. Lunga vita ai Metal Church, a questi Metal Church.

Tracklist:

1. Brainwash Game 2. F.A.F.O. 3. Dead to Rights. 4. Deep Cover Shakedown 5. Feet to The Fire. 6. The Show. 7. Heaven Knows (Slip Away) 8. No Memory 9. Wasted Time 10. My Wrath

Lineup:

Kurdt Vanderhoof – chitarra
Rick Van Zandt – chitarra
Brian Allen – voce
David Ellefson – basso
Ken Mary – batteria

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